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giovedì 19 dicembre 2024

L’età fragile - Donatella Di Pietrantonio


Titolo originale: L'età fragile (2023)

Non esiste un'età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c'è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire. Per questo Lucia, che una notte di trent'anni fa si è salvata per un caso, adesso scruta con spavento il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c'erano tutti. I pastori dell'Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c'erano piú. Amanda prende per un soffio uno degli ultimi treni e torna a casa, in quel paese vicino a Pescara da cui era scappata di corsa. A sua madre basta uno sguardo per capire che qualcosa in lei si è i primi tempi a Milano aveva le luci della città negli occhi, ora sembra che desideri soltanto scomparire, si chiude in camera e non parla quasi. Lucia vorrebbe tenerla al riparo da tutto, anche a costo di soffocarla, ma c'è un segreto che non può nasconderle. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno che appartiene alla loro famiglia e adesso fa gola agli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è successo un fatto terribile. A volte il tempo decide di tornare sotto a quella montagna che Lucia ha sempre cercato di dimenticare, tra i pascoli e i boschi della sua età fragile, tutti i fili si tendono. Stretta fra il vecchio padre cosí radicato nella terra e questa figlia piú cocciuta di lui, Lucia capisce che c'è una forza che la attraversa. Forse la nostra unica eredità sono le ferite. Con la sua scrittura scabra, vibratile e profonda, capace di farci sentire il peso di un'occhiata e il suono di una domanda senza risposta, Donatella Di Pietrantonio tocca in questo romanzo una tensione tutta nuova. (goodreads)

Lucia, dopo essersi separata dal marito, è costretta a tornare a casa dal padre e a fare i conti con qualcosa che è successo quando era una ragazzina. Sua figlia, Amanda, che ha voluto a tutti i costi andare a studiare a Milano, è tornata dai suoi genitori e si è chiusa nel silenzio per qualcosa che è successo là. 
I rapporti di Lucia col padre sono sempre burrascosi. E' proprio il vecchio padre che ad un certo punto le lascia il terreno su cui era stato costruito il campeggio dove si è verificata una tragedia trent'anni prima. E quello è il luogo in cui Lucia non vorrebbe tornare neanche per sogno, mentre la figlia Amanda pare esserne attratta perchè vede delle potenzialità per il futuro.
Il libro è pieno di rapporti genitori/figli. A me è piaciuta molto la figura burbera del padre di Lucia, che le sbologna una questione piuttosto delicata (secondo me) perchè non sa come venirne fuori; infatti, il gestore del campeggio, suo amico da una vita, vorrebbe vendere il terreno a degli speculatori edili. Di altre idee sono invece le persone del luogo, che non vogliono cementificare la zona. Toccherà a Lucia capire se deve aiutare l'amico del padre o sentirsi libera di fare quello che vuole.
Il romanzo alterna il presente a flashback nel passato (saltando anche un po' di palo in frasca), scoprendo poco alla volta cosa è successo alle tre ragazze. Arrivando poi ad una lettera finale con la quale Lucia riesce a fare pace con se stessa.
L'autrice ha tratto libera ispirazione per questo libro da un fatto realmente accaduto, il delitto del Morrone, sempre in Abruzzo.
Donatella Di Pietrantonio scrive molto bene, anche se ha uno stile molto asciutto. Tuttavia, nonostante questo libro abbia vinto il Premio Strega, non raggiunge l'intensità e la bellezza de "L'arminuta". Di questo libro mi rimane la difficoltà di tagliare i ponti (vedi il divorzio prolungato), il voler scappare dalla terra natia per poi ritornarci (Lucia e Amanda), la difficoltà dei rapporti tra genitori e figli.
Molto toccante la scena finale del coro.
Libro gradevole ma con qualche pecca.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

lunedì 26 novembre 2018

L'arminuta - Donatella Di Pietrantonio


Titolo originale: L'arminuta - 2017

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.(www.einaudi.it)


«Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza».

- Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata. 
- Ne ho due. Una è tua madre.


La vicenda narrata in questo libro si svolge in Abruzzo, ma lo sappiamo solo perchè viene detto dall'autrice. I luoghi non sono identificati, si parla della città, si parla del paese, si parla del mare, ma non hanno nomi. Anche alcuni dei personaggi, in primis la protagonista e la madre naturale, non hanno un nome. Questo rende la storia molto universale, in effetti.
La storia si snocciola in brevi capitoli. La scrittura è abbastanza asciutta, non si dilunga in descrizioni, ed è molto efficace. In un primo momento questo stile mi ha un po' lasciata perplessa, ma ciò che fa risaltare bene sono i sentimenti, a volte espressi senza parole ma con piccoli gesti. Ho sentito tutto lo smarrimento della ragazzina, praticamente "rubata" alla famiglia d'origine (perchè Adalgisa voleva proprio lei e si è impuntata) e poi restituita senza motivo come un vestito che non va più bene. Il motivo si scoprirà verso la fine del libro e mi ha veramente fatto crollare la stima sul personaggio di Adalgisa, nonostante lei abbia continuato a mantenerla a distanza. La famiglia originaria dell'arminuta è numerosa, caotica, e molto molto povera; ben diverso da come era abituata prima. Per fortuna che la maestra e la (vera) madre la fanno studiare. Nella nuova famiglia, l'arminuta si affeziona in particolare ad Adriana, sorella di poco più piccola che ogni notte fa la pipì a letto; ma è una bambina con una grinta e una tenacia incredibili. "Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza". La complicità salva entrambe.
Mi è piaciuto molto anche il personaggio del fratello Vincenzo, anche se la storia stava un po' andando verso complicazioni sentimentali/ormonali, lui è un ragazzo con uno spirito ribelle che già si sente uomo e prova ad aiutare la famiglia ma non viene mai ringraziato perchè danno per scontato che ciò che porta a casa sia sempre frutto di furti e non di lavoro.
Per il complicato rapporto madre-figlia mi ha un po' ricordato il libro della Murgia, "L'accabadora".

“Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. [...] La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure”.

La cosa che mi rimane di più, forse, è la sensazione di vuoto. Due madri, ma nessuna delle due che alla fine sia completamente tale. Adalgisa l'ha voluta tenacemente, ma fa anche presto a buttarla fuori di casa quando la vita le dà ciò che ha sempre desiderato. La madre naturale, che si ritrova una ragazzina troppo educata, troppo diversa dai suoi figli, troppo lontana ormai per accorciare le distanze (ma in un paio di occasioni si mostra molto tenera con lei).
Ho letto che questa pratica del dare un figlio ad una parente senza figli era piuttosto frequente fino agli anni settanta.
Nel complesso il libro mi è piaciuto.
Mio voto: 8 / 10