martedì 28 dicembre 2021

Jane e l'arcano di Penfolds Hall - Stephanie Barron


Titolo originale: Jane and the Stillroom Maid (2000)

Derbyshire, 1806. Jane, in vacanza, sta assaporando il mite clima estivo d'agosto e scoprendo le meraviglie della regione, quando, durante una delle sue passeggiate, trova il cadavere di un giovane uomo, dai boccoli biondi e dal viso bello come quello di un angelo. A sconvolgerla ulteriormente è il coroner che le rivela che non si tratta di un uomo bensì di Tess Arnold, domestica personale di Mr. Charles Danforth di Penfolds Hall, travestita con gli abiti del suo padrone. Tess aveva servito fedelmente a Penfolds per molti anni, prima di essere accusata di stregoneria e cacciata via. Cosa si nasconde dietro la sua morte? È stata la vittima di un pazzo? O qualcuno l'ha tolta di mezzo per seppellire con lei segreti innominabili? Come sempre, il fiuto di Jane per l'intrigo e la menzogna porterà la nostra eroina a lanciarsi in un'indagine pericolosa, e nemmeno le peggiori minacce potranno dissuaderla dalla ricerca della verità.

Quinto romanzo della serie di Stephanie Barron dove l'investigatrice è Jane Austen. In questo libro siamo nel periodo che Jane Austen trascorse in Derbyshire con sua madre e sua sorella nell'estate del 1806, dopo la morte del Reverendo George Austen. Recatesi in visita dal cugino Edward Cooper (parroco), le tre donne si ritrovarono a dover fuggire da un'epidemia di pertosse che colpì la famiglia Cooper, rifugiandosi in Derbyshire. Qui Jane visitò Chatsworth, la dimora dei duchi del Devonshire, che (pare) prese a modello per la Pemberley di Orgoglio e pregiudizio. Naturalmente Jane non può non incappare in un delitto. Questa volta si tratta dell'uccisione di una giovane erborista / dispensiera, che Jane ritrova cadavere, orribilmente mutilata secondo i rituali della massoneria. Sul momento Jane la scambia per un giovanotto, solo in seguito le diranno di chi si tratta.
Tess Arnold (la vittima), al momento della morte, indossava abiti da uomo che, come si scoprirà in seguito, appartenevano al suo padrone, Charles Danforth.
La famiglia Danforth, abitante di Penfolds Hall, sembra che sia perseguitata da un maleficio. Infatti, Charles Danforth ha seppellito tre figlioletti e la moglie, morta per un parto prematuro. Ma Jane non crede affatto ad una maledizione e con l'aiuto di Lord Harold, riapparso misteriosamente, comincia ad investigare, grazie anche alla scoperta del diario in cui Tess segnava le ricette delle cure e i nomi delle persone a cui le somministrava.

Credo che questo sia l'episodio più bello della serie, almeno tra quelli che ho letto finora. Di Jane mi piace l'arguzia e l'ironia, e mi piacerebbe tanto che si sposasse con Lord Harold. Ma ovviamente, vista l'accuratezza storica degli avvenimenti della vita di Jane Austen, so già che non sarà così.
Alcune descrizioni sono un po' prolisse, ma nell'insieme rendono bene l'amore che Jane provava per quel territorio.
La vicenda si dipana chiaramente, anche nel finale. Bisogna fare un po' l'abitudine al tipo di scrittura, che effettivamente ricalca benissimo quella usata da Jane Austen nei suoi romanzi.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

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sabato 25 dicembre 2021

Inventario di alcune cose perdute - Judith Schalansky


Titolo originale: Verzeichnis einiger Verluste (2018)
Titolo in inglese: An Inventory of Losses

Partiamo dalla premessa che io giudico un libro per quella che è la mia esperienza di lettura. E aggiungo un corollario per cui se ad un certo punto il libro mi ha stancato, faccio fatica a "riabilitarlo" più di tanto (per cui, anche se gli ultimi capitoli fossero spettacolari, li affronterei con un po' di pregiudizio). Detto questo, questo libro non mi è piaciuto. Mi è piaciuta l'idea di partenza, di trovare dodici cose perdute (fra tutte quelle che ci sono nel mondo) e crearci sopra una storia, ma la realizzazione non mi è piaciuta.
Innanzitutto, molte volte fa l'introduzione di una delle "cose perdute" e poi il racconto parla di altro. tipo il terzo racconto, l'unicorno è solo il tatuaggio sul braccio della cassiera, che c'entra il ciclo? 
Molte volte, si allarga talmente tanto nel discorso che mi ha dato l'idea di essere un po' saccente (tipo nei sette libri di Mani, che è un compendio di storia dell'evoluzione dal primo uomo ai giorni nostri; oppure nel porto di Greifswald dove c'è una prolissa e dettagliata descrizione di ogni singola cosa che vede nel bosco, per carità gran occhio per i dettagli, ma pare un po' fare sfoggio della sua cultura). 
Peraltro, nel racconto del porto di Greifswald, non capisco cosa è perduto, il porto c'è ancora.
Il linguaggio in molti dei racconti è da saggio, molto pesante. L'ultimo (luna di Kinau) non ho capito nulla e non sono tornata indietro a capire.
Due racconti mi sono piaciuti. Il secondo racconto, quello della tigre e del leone pur se mi ha angosciato la cattiveria che l'uomo ha sempre avuto sull'animale, usato solo per diletto, senza rispetto della loro sofferenza. la tigre vince ma viene comunque uccisa. Racconto che è sempre di attualità purtroppo.
L'altro racconto che mi è piaciuto è il 5, del ragazzo vestito di blu, dove parla della decadenza dell'attrice (Greta Garbo?) che fa fatica ad accettare di invecchiare e e si sente fallita dopo un ruolo in costume mal riuscito.
Mi è piaciuta anche la riflessione sul piacere erotico e sui corpi maschili e femminili del racconto n. 10.
Nel complesso ho trovato il libro pesante, più per il modo di scrivere, in alcuni punti decisamente noioso tant'è che ho saltato da riga a riga (soprattutto nelle prolisse descrizioni) e mi ha lasciato abbastanza perplessa sul cosa mi voleva dire, perchè parte con una idea (interessante), con una struttura interessante, ma poi ciò di cui parla a volte è un ricordo personale, a volte una storia inventata, a volte un compendio di tutto ciò che ha studiato. Mi spiace, ma non l'ho apprezzato.
Mio voto: 6 / 10

Due vite - Emanuele Trevi


Titolo originale: Due vite (2020)

«L'unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti e cercare la distanza giusta, che è lo stile dell'unicità».
Così scrive Emanuele Trevi in un brano di questo libro che, all'apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, cosi propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l'aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l'ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell'unicità di questo libro non stanno nell'impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l'amicizia. Nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili, Rocco Carbone e Pia Pera appaiono, in queste pagine, come uniti da un legame fino all'ultimo trasparente e felice, quel legame che accade quando «Eros, quell'ozioso infame, non ci mette lo zampino».

Arrivata a circa metà libro, lo avrei voluto abbandonare. Pesantissimo. Noioso. Non lo sopportavo più. Sono andata avanti solo perchè è il libro del prossimo incontro del gruppo di lettura, se fosse stata una lettura libera l'avrei davvero abbandonato.
La storia, che poi non è una storia, ma una specie di "memoir", un ricordo nei confronti di due cari amici persi in circostanze drammatiche, poteva starci. Il problema è che se non conoscendo le persone di cui sta parlando, in realtà sono rimasta in superficie rispetto alle loro storie. 
Lo stile narrativo è ciò che mi ha infastidito maggiormente, con tanti riferimenti a libri, con uno stile pomposo, pieno di paroloni, soprattutto nella parte su Rocco. Una specie di mezzo saggio. Un pochino meno pesanti le pagine su Pia, ma comunque con descrizioni troppo minuziose. Non era quello che diceva, ma il come. Non so se ha volutamente calcato la mano sulla scrittura, se volesse fare un paragone tra la persona di cui parlava e il modo in cui ne parlava, per cui quando parla di Rocco la scrittura è più filosofica, più schizofrenica, mentre quando parla di Pia è decisamente più timido, più bucolico. 

La parte più bella sono i due capitoli finali, con tutt'altro stile, più personale, più caldo. Se avesse scritto tutto in quel modo, probabilmente lo avrei apprezzato di più. 
Non so come abbia fatto a vincere il Premio Strega; mi viene da pensare che chi ha giudicato il libro conosceva anche i due scrittori di cui si parla, e quindi è scattata una componente affettiva che in me non è scattata. Io non vedevo l'ora di finirlo per leggere altro.
Mio voto: 5 / 10

La macchia umana - Philip Roth



Titolo originale: The human stain (2000)

Il professor Coleman Silk da cinquant'anni nasconde un segreto, e lo fa cosí bene che nessuno se n'è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della political correctness . Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c'è scampo perché "noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui". Come ha scritto Robert Stone, «Philip Roth è sempre teso, furioso, divertente, pericoloso come quarant'anni fa».  (anobii.com)

Se devo riassumere in poche parole questo libro direi "non vedevo l'ora che finisse". E' stata una lettura pesantissima, non tanto per ciò che viene detto ma per come viene scritto.
Sono andata a rileggermi cosa avevo scritto dell'altro libro che ho letto di Roth, "Nemesi", e là mi ero addirittura segnata che la scrittura era "piacevole, leggera e scorrevole nonostante l'argomento". Qui, tutto questo non c'è.
Roth, attraverso la figura di Coleman Silk, ci mostra sicuramente una società americana piena di contraddizioni e pregiudizi. Silk, non vedendo mai a lezione alcuni studenti, chiede in classe se sono degli "spettri", dei fantasmi, se esistono davvero o meno. Qual è il problema di ciò? Che nello slang americano la parola "spettri", tra i tanti significati, ha anche quello di essere dispregiativo nei confronti dei neri. E qui sembra che gli si ritorca contro il suo grande segreto, l'aver nascosto le sue origini nere, l'aver rinnegato la sua famiglia perchè voleva essere bianco, con una spada di Damocle sulla testa per tutta la vita perchè i geni neri potrebbero ricomparire nei suoi figli o anche in seguito (cosa di cui se ne frega, in effetti). Lui poi, che in realtà ha preso a lavorare in università anche dei professori neri, e quindi non ha sicuramente fatto quel commento con un fondo razzista. E tuttavia, anche coloro che a lui devono essere grati, nel momento in cui viene accusato di razzismo, non muovono un dito per stare dalla sua parte.
Un libro pieno di personaggi ambigui, scritto da uno scrittore che è diventato amico di Coleman negli ultimi tempi, e che ricostruisce la vicenda con quello che sa e con i racconti della sorella di Coleman, Ernestine, che incontra al funerale.
Diversi dei personaggi che ruotano attorno a Silk non sono così puliti e hanno dei grossi problemi alle spalle. Faunia, che ha questo violento ex marito reduce dal Vietnam che soffre di disturbo post-traumatico, e anche lei stessa che finge di non saper leggere e non si sa bene per quale motivo. Anche la professoressa Delphine Roux, francese, che ha lasciato la sua patria per diventare qualcuno in America ma che si rende conto che in America non è apprezzata, a cui ha dato fastidio che Coleman non le abbia fatto delle avances e che ad un certo punto si rende conto che sta cercando un uomo esattamente come lui, spedisce per errore un messaggio a tutto il corpo docente ma per vergogna sostiene che sia stato Coleman ad infiltrarsi nel suo ufficio e a mandarlo per calunniarla, e tutti sono disposti a crederle anche se è la notte in cui Coleman muore e non avrebbe palesemente potuto fare una cosa simile. Gente capace di credere a qualsiasi pettegolezzo messo in giro, senza darsi la briga di azionare il cervello e rendersi conto di quanto le cose siano palesemente false. Gente per cui il problema non è che il presidente Clinton si sia fatto una storia con la Lewinski, ma che si sia fatto beccare in una posizione dove lui era sottomesso e non dove la dominava.
Credo che in questo libro ci siano tanti argomenti anche con chiare implicazioni politiche, tanti salti temporali, tanti cambi  di personaggi, ma il grosso problema è che sono resi con una scrittura per niente accattivante e ne risulta una lettura pesantissima.

"Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui."

Mio voto: 6 / 10

Nove perfetti sconosciuti - Liane Moriarty


Titolo originale: Nine perfect strangers (2018)

Nove persone si riuniscono a Tranquillum House, una remota località termale australiana che promette di cambiare la vita dei suoi ospiti in soli dieci giorni. Alcuni sono arrivati per perdere peso, altri per provare a migliorare la propria vita, altri ancora per motivi che non possono ammettere nemmeno con se stessi. Il programma è fatto di lusso e coccole, meditazione, yoga e la conquista di una nuova consapevolezza. Ma nessuno dei presenti può lontanamente immaginare quanto saranno difficili i prossimi dieci giorni, e come una vacanza all'insegna del benessere possa trasformarsi in qualcosa di molto diverso. Frances Welty, scrittrice di romanzi rosa, arriva al resort per curare il mal di schiena, il suo cuore infranto e un inesorabile declino delle vendite dei suoi libri. È subito incuriosita dagli altri ospiti, la maggior parte dei quali non sembra affatto aver bisogno di cure. Ma la persona che la intriga di più è Masha, la strana e carismatica proprietaria e direttrice di Tranquillum House. Questa donna potrebbe davvero avere le risposte che Frances sta cercando? E Frances dovrebbe lasciarsi coinvolgere e accettare tutto quello che il resort sta di fatto imponendo? Non passa molto tempo, infatti, prima che tutti gli ospiti si pongano esattamente la stessa domanda e la situazione diventi sempre più inquietante. (ibs) 

Il libro si legge abbastanza bene, nel senso che lo stile narrativo è scorrevole. Ci sono molti dialoghi, anche piacevoli. I personaggi sono ben caratterizzati, nonostante siano nove (più i tre dello staff e alcuni di contorno), non si fa confusione tra uno e l'altro. Sicuramente vedo come personaggio centrale Frances, più preponderante rispetto agli altri. 
Tuttavia, in questo libro ci sono almeno 150 pagine di troppo.  C'è una specie di colpo di scena finale, dove arriva in scena un uomo che in realtà non aggiunge molto alla storia, se non far capire qualcosa di più del passato di Masha, ma sinceramente a quel punto non ha cambiato molto (e non dico di più per non spoilerare nulla). 
Sinceramente, il libro parte bene ma poi diventa tirato per le lunghe, e tutto il processo di "decadimento" di Masha perde l'intensità che poteva avere. A un certo punto non ne potevo più, ma sono arrivata alla fine per vedere cosa succedeva. Più volte ho pensato di interromperlo da quanto mi stava annoiando (anche la parte di preparazione al "processo" è solo ridondante). 
Ho letto questo libro perchè era indicato da diversi utenti di goodreads come un "locked-room mystery" ma sono molto perplessa di questa definizione. D'accordo con il discorso "locked-room" dal momento che i nove personaggi sono letteralmente rinchiusi in questo resort senza possibilità di scampo. Ma non vedo la parte mystery. Sì è vero, ad un certo punto prende un po' una piega vagamente thriller, ma non c'è nulla da risolvere, nessun mistero. Non sono così sicura che si possa inserire in questa categoria, e al tempo stesso, non ho nessuna intenzione di "averlo letto per niente" (sì, mi spiace, il commento è un po' forte ma è quello che penso). 
Mio voto: 6 / 10

Il treno dei bambini - Viola Ardone


Titolo originario: Il treno dei bambini (2019)

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un'Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c'è altro modo per crescere. (ibs.it)

Attenzione: contiene spoiler sulla trama.

Faccio fatica a dare un giudizio di questo libro. Se dovessi sintetizzare quello che penso, sarebbe un "mi è piaciuto, ma".
Ho fatto fatica all'inizio, principalmente perchè ci sono molti termini dialettali che non capivo. Sì, capivo il contesto, ma non esattamente quello che intendeva, ed è una cosa che non sopporto. Tutto sommato, la parte ambientata nel 1946 mi è piaciuta. Non sapevo di questi trasferimenti al nord, ma li ho trovati molto simili (certo con grosse differenze) a quello che successe negli anni successivi a Chernobil, in cui i bambini venivano portati in Italia per allontanarli temporaneamente dalla zona radioattiva. Ad Amerigo mi sono affezionata. E' un bambino che vive con una madre quasi totalmente anaffettiva, mentre lui è in costante ricerca di affetto. Tant'è che a Modena, più del cibo e di tutte le cose che ha ricevuto, quello che ha ricevuto è stato affetto, da Derna, da Rosa e tutta la sua famiglia. Poi, certo, ha mangiato, è stato vestito, ha imparato a suonare il violino, ma ciò che gli manca è la parte di affettività che sua madre non ha mai mostrato nei suoi confronti. Anche una volta tornato a casa, sua madre l'ha subito riportato coi piedi per terra, addirittura facendo sparire il violino, non accettando i regali che continuavano ad arrivare dal nord. E portando il figlio a dover scegliere di scappare di casa. Peraltro, dopo un paio di anni lei ha pure avuto un altro figlio, non ci ha messo molto a rimpiazzarlo. Quando Amerigo scappa, la storia fa un salto di quasi 50 anni perchè si arriva al 1994. Quello che è successo nel mezzo è solo accennato ogni tanto. E' vero che non poteva raccontare tutto quello che è successo, ma il salto è veramente tanto e ciò che tiene banco è il tormento che Amerigo si porta dietro nel tornare a casa perchè la madre è morta. E' una parte che cambia completamente stile narrativo. Non è più un bambino che parla, ma un uomo di quasi sessant'anni, che ancora si inventa una vita diversa quando gli fanno domande. Rivede Tommasino, che è diventato giudice minorile, aiutato a distanza dal padre "baffone" del nord. Rivede Maddalena, colei che lo aveva accompagnato al nord, che è stata un po' disillusa dai comunisti, che non si dedicano più alla "so-li-da-rie-tà" come recitavano negli slogan. Rivede Capa 'e fierro, l'amante della madre, che non si capisce se lo ha riconosciuto o meno e non si capisce per quale motivo venga fatto il collegamento tra gli occhi blu suoi e quelli di Amerigo (è forse suo padre?). Trova il figlioletto del fratello, e Maddalena prima gli chiede di prendersene cura perchè entrambi i genitori sono in galera, ma poi, quando lui si convince a fare questo passo, alla madre vengono concessi i domiciliari proprio per il bambino. Questa seconda parte mi è piaciuta meno. 
Mio voto: 7 / 10

Il latte della madre - Nora Ikstena


Titolo originale: Mātes piens (2015)
Titolo in inglese: Soviet milk

Lettonia, ottobre 1944: dopo un'occupazione durata più di tre anni le truppe hitleriane si ritirano e l'Armata Rossa entra a Riga. Questo romanzo a due voci inizia da qui. A dipanare la storia una madre e una figlia nei cinquant'anni che seguono la Seconda guerra mondiale, il loro rapporto intenso e tormentato, segnato dalla depressione materna e dal tentativo di arrestarne la tendenza autodistruttiva. A loro si aggiunge una terza figura femminile, la nonna, che vive nel racconto delle altre due, una narrazione che si snoda tra Riga, Leningrado e la campagna lettone parlandoci di memoria collettiva ed emancipazione femminile. Simbolo dell'epoca e dell'oppressione che grava sul destino di ognuno è il latte che, negato dalla madre alla propria figlia nei suoi primi giorni di vita, non è più linfa vitale ma un liquido amaro, disgustoso. Solo col tempo il latte riuscirà ad avere un sapore più dolce... (ibs)

La storia della vita in Lettonia, dalla fine dell'occupazione nazista, al dominio russo, alla caduta del muro di Berlino nel 1989 attraverso le vite di due donne (e della nonna in sottofondo). Un romanzo in cui si alternano due voci. La prima è quella della madre, brillante ginecologa poco propensa a sottomettersi alle direttive del partito, costretta ad "esiliarsi" nella campagna lettone perchè ha pestato i piedi a qualcuno; una donna che ha sempre sofferto di depressione e che nel momento del parto decide di non allattare la figlia perchè convinta che il suo sia un latte cattivo e non le vuole trasmettere il male che si porta dentro. L'altra è la voce della figlia, una bambina all'inizio del romanzo, abituata a vivere con la madre e i nonni, che si trova da sola a dover star dietro ad una madre che cerca in ogni modo di non vivere. 
A queste due voci si aggiunge, di riflesso, la vita della nonna, che ha chiuso la sua bambina in una valigia per nasconderla ai nazisti, e che rimane vedova perchè il marito si oppone all'abbattimento di alcuni alberi e viene ucciso. Si risposa con un uomo che, più tardi, racconterà alla bambina cosa è successo in quegli anni in cui la Lettonia era uno stato indipendente.

Il romanzo mi è stato un po' ostico all'inizio perchè non avevo capito che si alternavano le vicende di due donne diverse. Una volta capito questo, e capito chi delle due stava parlando (perchè molte volte viene narrata la stessa vicenda dai due punti di vista) in realtà è un romanzo molto interessante, anche dal punto di vista storico. La Lettonia ha sempre mal sopportato il fatto di dover essere sottomessa alla Russia, così come la madre ha sempre mal sopportato di non poter fare il suo lavoro come voleva lei. Si ritrova a lavorare in un paese sperduto della campagna lettone, dove pratica aborti sulle donne che non dovevano avere figli (perchè per gli uomini questo è un problema delle donne), e aiuta ad avere figli alle donne che non riescono ad averne. La credono una che può fare miracoli. Finchè un giorno arriva in ambulatorio Jese, uno "scherzo del destino" che nessun medico ha mai voluto visitare prima perchè ha i genitali da donna e il petto da uomo; e la madre è dispiaciuta di non poter fare nulla per lei, lì in mezzo alla campagna, mentre se lavorasse a Leningrado forse avrebbe potuto aiutarla a diventare donna del tutto. Ma Jese le sarà incredibilmente grata anche solo per averla considerata una persona e non un mostro, infatti le rimarrà accanto prima come donna delle pulizie e poi come amica.
Attraverso i racconti del "nonno", anche la bambina si renderà conto che davvero esisteva uno stato lettone, e la aiuterà a capire parte della sofferenza della madre. Anche la bambina, a scuola, sarà costretta a subire delle angherie dai professori che la vogliono studiosa ma seguace solo di ciò che decide la Russia, senza pensieri personali.
Dicevo, una volta che ho capito il meccanismo del libro, la lettura è stata piuttosto scorrevole e coinvolgente.
Mio voto: 8 / 10

martedì 7 dicembre 2021

Il piccolo villaggio dei sopravvissuti - Peter Duffy


Titolo originale: The Bielski Brothers: The True Story of Three Men Who Defied the Nazis, Built a Village in the Forest, and Saved 1,200 Jews (2003)

Nell’estate 1941, tre fratelli assistono inermi alla deportazione della propria famiglia, una scena agghiacciante che purtroppo si ripeterà migliaia di volte durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma, anziché arrendersi o scappare il più lontano possibile, i tre ragazzi – Tuvia, Zus e Asael Bielski – decidono di disobbedire ai nazisti e resistergli, ingaggiando un’insolita forma di guerriglia. Sfruttando la loro profonda conoscenza delle foreste della Polonia, riescono infatti a costruire un campo segreto tra la fitta boscaglia e a convincere a poco a poco tutti gli altri ebrei della zona a nascondersi in questo strano rifugio. Così, giorno dopo giorno, i fratelli Bielski daranno vita a quella che è stata definita la “Gerusalemme dei boschi”, la più grande operazione di salvataggio di ebrei da parte di altri ebrei della Seconda Guerra Mondiale. E, dopo due anni e mezzo di vita nella natura, i membri di questa comunità – ben 1.200 ebrei – potranno uscire sani e salvi dalla foresta, dopo che l’Armata Rossa avrà messo in fuga i nazisti. (ibs)

Il libro è tratto da una storia vera. Siamo abituati a sentir parlare di Schindler e altri personaggi che aiutarono gli ebrei durante il nazismo, mentre il riconoscimento a questi fratelli bielorussi è arrivato quando ormai erano in tarda età. In realtà anche un quarto fratello, quattordicenne all'epoca dei fatti, partecipò come staffetta, ma i tre che vengono citati sono quelli che presero il comando del gruppo partigiano che, oltre a tenere in salvo dei civili inermi, ingaggiavano la guerriglia contro i tedeschi, al fianco dei russi che volevano riconquistare il territorio.
Il modo di comportarsi dei fratelli Bielski non piacque a tutti, infatti erano piuttosto autoritari e, per alcuni, presuntuosi, tant'è che provarono a sorgere dei gruppi che avrebbero voluto estrometterli dal potere. Senza riuscirci però. 
Non voglio dilungarmi a parlare della trama del libro perchè non posso giudicare una storia veramente successa. Si tratta di un documento storico di una vicenda che io, sinceramente, non conoscevo. A volte le scorribande dei partigiani hanno portato ripercussioni tedesche sui civili non ebrei e, in un paio di episodi, credo che Tuvia abbia tirato fuori la pistola con un po' troppa furia. Ma è difficile immedesimarsi in quello che può essere stata la situazione.
La cosa che proprio non mi è piaciuta è lo stile narrativo del libro. Ammetto che credevo fosse un romanzo, ma non è così. E' un resoconto abbastanza giornalistico delle vicende, intervallate a volte da interviste che lo scrittore ha fatto ai personaggi dell'epoca. E' un po' come ascoltare un documentario, e sinceramente mi ha reso la lettura molto noiosa in diversi punti.
Interessante per chi ama la storia nuda e cruda, senza fronzoli. Gli rendo sicuramente il merito di essere un buona testimonianza.
Mio voto: 6 / 10

venerdì 3 dicembre 2021

L'ultimo amore di Baba Dunja - Alina Bronsky


Titolo originale: Baba Dunjas letzte Liebe (2015)
Titolo inglese: Baba Dunja's Last Love

Baba Dunja è tornata a casa. Le radiazioni nucleari non le hanno impedito di rimettere piede per prima nel paese natio (a due passi da Chernobyl). Qui, insieme a poche anime che si sono via via aggiunte, si tenta di ricominciare a vivere. Perché la vita è ancora bella, nonostante l'età e nonostante intorno ci siano frutti di bosco dalle forme strane, uccelli particolarmente chiassosi, ragni che tessono instancabili le loro tele e persino lo spirito di qualche morto che si affaccia in strada per una chiacchierata. Le giornate scorrono per il malato Petrov che legge poesie d'amore sulla sua amaca, per la corpulenta Marja che non sa dire addio al proprio gallo Konstantin, per Baba Dunja che scrive lettere alla figlia Irina, chirurgo in Germania, fino a quando uno straniero arriva in paese con la sua bambina e il tran tran della piccola comunità viene sconvolto. (ibs)

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla trama

Baba Dunja è una vedova che "non ha più ottantadue anni" e che appena ha potuto è tornata a Cernovo (un paese ucraino poco lontano da Chernobyl) a casa sua, nonostante il disastro nucleare suggerirebbe di star lontani da quel territorio contaminato. Ma lei è nata lì e lì è casa sua. E' stata la prima a tornare, dopo di lei sono tornati altri abitanti. Adesso lì sono meno di una decina di abitanti, oltre agli animali e i fantasmi di chi è morto.

"Se c'è una cosa di Cernovo che non baratterei nemmeno con l'acqua corrente e una linea telefonica, è la questione del tempo. Da noi il tempo non esiste. Non esistono nè termini nè scadenze."

Baba Dunja ha due figli, uno vive in America (e di lui parla pochissimo) mentre la figlia Irina è medico in Germania. Irina ha una figlia (circa diciottenne), Laura, che però non ha mai visto la nonna.
La vita a Cernovo prosegue tranquilla, ogni tanto Baba Dunja si reca in città a fare spesa, andare in banca (a ritirare la pensione perchè non si fida delle banche) e in posta (dove trova sempre lettere e pacchi di Irina). Una volta trova addirittura una lettera di Laura, ma purtroppo non conosce la lingua con cui è stata scritta.
Un giorno a Cernovo arriva un padre con la figlioletta. Gli abitanti si chiedono per quale motivo vogliono vivere proprio in quel posto da cui tutti stanno lontani, finchè scoprono (dal fantasma di Jegor, il marito di Baba Dunja) che il padre ha portato lì la bambina perchè vuole vendicarsi della moglie da cui sta divorziando. Baba Dunja esce dai gangheri e lo affronta a muso duro; in una colluttazione tra i due, un altro abitante del villaggio uccide l'uomo fracassandogli il cranio con un'accetta. La madre della bambina viene avvisata e torna a casa con lei, ma la polizia è costretta a non far finta di niente e redigere il verbale dell'omicidio, senza però scoprire chi è stato. Le cose riprenderanno a scorrere normalmente, al villaggio ci sarà addirittura un matrimonio e proprio durante la festa del matrimonio la polizia irrompe in paese e arresta tutti gli abitanti. 
Dalla prigione, Baba Dunja scrive tante lettere alla nipote Laura, e, durante il processo, decide di prendersi la colpa dell'omicidio per scagionare tutti gli altri.
Baba Dunja trascorre le giornate cucendo federe, mentre la figlia dalla Germania cerca in ogni modo di tirarla fuori di prigione, soprattutto dopo che un ictus la fa finire in ospedale. Nei pochi giorni in cui la figlia le sta accanto, Baba Dunja scopre che Laura non è la ragazzina deliziosa coi capelli biondi che ha sempre immaginato lei bensì una ribelle coi capelli rasati a zero che è scappata di casa. 
Il giorno dell'anniversario della Costituzione, il presidente decide di concedere la grazia ad alcuni criminali, tra cui Baba Dunja che nonostante le sia stato organizzato il trasferimento in Germania, decide di tornare nell'unico posto che può chiamare casa.

E' un libro che si legge molto in fretta. Baba Dunja è una di quelle nonne che non si fanno abbattere da nulla e che hanno sempre una soluzione per ogni problema. Non si fida delle banche e conserva i suoi risparmi in un barattolo a casa propria, nella speranza di lasciarli alla nipote Laura, che lei crede un'angelica creatura e che invece è una ribelle.

"Penso a Laura. Penserò sempre a Laura. Penso a come sarebbe stato bello se durante il viaggio avessimo sorpassato 'autobus e se lì sopra ci fosse stata una ragazza bionda. Per esempio una ragazza bionda tatuata, con i capelli cortissimi. Lei sarebbe scesa e io l'avrei presa per mano e l'avrei portata a casa. Ecco cos'è sempre mancato a questa ragazza. Non ha mai avuto una casa, perchè io non ho insegnato a sua madre a stare bene nella vita. Io stessa l'ho imparato troppo tardi"

E' un libro in cui si mischiano la realtà con alcuni elementi di fiaba, tipo i fantasmi dei morti che camminano per le strade coi vivi, il marito di Baba Dunja che le continua a parlare, il gallo di Marja che è stato messo in pentola e che ancora continua a farsi vedere sulla staccionata.
Ci sono alcuni momenti divertenti, come la richiesta di matrimonio di Sidorov a Baba Dunja (ma poi non sposerà lei). Ci sono momenti di malinconia soprattutto quando Baba Dunja riflette al suo rapporto coi figli, uno completamente sparito, mentre Irina le scrive costantemente e le manda pacchi di roba varia. 

"Ho scritto a Irina che non mi manca niente. Quasi niente. Ovvio, può mandarmi i semi dei fiori che crescono dalle sue parti, se vuole farmi conoscere qualcosa di nuovo. Ma non deve provvedere al mio sostentamento direttamente dalla Germania. Poi ho capito che questi pacchetti servono molto più a lei che a me. Da allora mi limito a ringraziare e a esprimere qualche richiesta di tanto in tanto. Per esempio gli orsetti gommosi e un nuovo pelapatate".

Una bella storia, un misto tra fiaba e realtà spaventosa. Un libro semplice ma con tanti contenuti.
Mio voto: 8 / 10