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venerdì 6 febbraio 2026

Nel mare ci sono i coccodrilli - Fabio Geda


Titolo originale: Nel mare ci sono i coccodrilli (2010) 
Titolo inglese: In the Sea There are Crocodiles 

Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così, un giorno, lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo per bene e ti lascia solo. Da questo tragico atto di amore ha inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l'incredibile viaggio che lo porterà in Italia passando per l'Iran, la Turchia e la Grecia. Un'odissea che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l'ironia, né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso. Enaiatollah alla fine ha trovato un posto dove fermarsi e avere la sua età. Questa è la sua storia. (goodreads)

Ho letto questo libro per il gruppo di lettura della biblioteca.
Il libro è decisamente scorrevole, l'ho letto in due giorni. E' scritto in modo molto semplice, senza dilungarsi troppo, e questo lo rende adatto anche a farlo leggere a dei ragazzini (infatti lo ha letto a scuola mio nipote di 13 anni).
Mi ha ovviamente commosso il finale.
Mi è venuto da paragonarlo, per la tematica, a "non dirmi che hai paura" di Catozzella, letto anni fa, sempre col gruppo. Ricordo che quel libro mi era piaciuto moltissimo nella prima parte ma decisamente meno nella seconda.
Tornando a "Nel mare ci sono i coccodrilli". Ho avuto la netta sensazione che Enaiat abbia davvero avuto molta fortuna a trovare sempre le persone giuste che lo hanno aiutato. Ho pensato che probabilmente l'autore ha preferito concentrarsi principalmente sulla parte positiva dell'esperienza, lasciando in secondo piano il dramma che sicuramente ha vissuto. Non intendo dire che non si sente la tristezza di ciò che è successo al ragazzo o le difficoltà che ha dovuto affrontare. Ci sono scene molto potenti, come quella di quando trovano i cadaveri seduti nella neve e lui decide di rubare le scarpe ad uno di loro perchè le sue ormai sono rovinate. O la scena di quando sono stipati nel doppio fondo del camion. Dico solo che, probabilmente, l'autore ha voluto concentrarsi sulla parte positiva dell'esperienza, senza scendere nei dettagli più tristi, e questo sicuramente lo rende adatto a tutti, anche ai bambini.
Interessanti le spiegazioni relative alla religione, alle diverse etnie e all'odio che esiste tra esse.
Mio voto: 7 / 10

domenica 27 settembre 2020

Itadakimasu. Umilmente ricevo in dono - Fabio Geda


Titolo originale: Itadakimasu. Umilmente ricevo in dono - 2014

È un ristorante di soba, dice Mikage mentre ci accomodiamo. Dico: Avranno il menù in inglese? Sorride in quel suo modo delicato. Qui non serve il menù. Perché? Perché fanno solo due piatti, i zaru soba e i kake soba. Nient'altro? Nient'altro. Specializzarsi in un piatto è una cosa piuttosto comune, in Giappone. Imparare a fare bene una cosa, da noi, ecco, credo abbia a che fare, è una mia idea s'intende, con lo Shintoismo. In che senso? Mikage si concentra. Vedi, lo Shinto è la spiritualità nativa del Giappone. È talmente antico che prima dell'arrivo del Buddismo non aveva neppure un nome: non ce n'era bisogno. È presente nella nostra cultura in un modo profondo, indipendentemente dal fatto che uno lo pratichi o no. Lo Shinto è attorno a noi, dentro di noi. E l'animismo delle sue origini ha messo radici in diversi aspetti della nostra vita. E questo ha a che fare con la cucina? Piega il collo e chissà perché mi viene da pensare alla primavera, all'erba scossa dal vento. Con il trattare il cibo senza violentarlo, dice. Lavorandolo il meno possibile come per preservarne l'essenza. Il fatto di specializzarsi, di dominare una ricetta, che si tratti di sushi o soba o tonkatsu o shabu-shabu: è un po' come se stessimo onorando lo spirito di quel piatto. Non credi? (www.ibs.it)

Fabio Geda ci porta con sè durante il suo viaggio a Tokyo. Il Giappone è la terra degli ossimori: puoi trovare un quartiere ultramoderno e poi girare in una strada dove trovi davanti un tempietto Shinto.
I giapponesi hanno un rapporto di totale rispetto nei confronti del cibo. "Itadakimasu" è quello che per noi è il "buon appetito", con la differenza che con questa parola loro ringraziano tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione del piatto, compresi i contadini e le galline che hanno prodotto la materia prima.
In Giappone il cuoco cucina nel centro del locale, o comunque, a vista; partecipare alla preparazione del cibo è come una cerimonia. E i ristoranti sono specializzati in un piatto, che padroneggiano alla perfezione.
L'excursus nel mondo del cibo giapponese è interessante. La lettura è abbastanza scorrevole. Il libro è di un centinaio di pagine, diviso in capitoletti brevi, e con alla fine un glossario dei termini (quindi, in realtà, è molto corto). Nel suo viaggio Fabio conosce Mikage (ragazza che abbiamo visto in "kitchen" di Banana Yoshimoto) e Nakata con il gatto Signor Otsuka (da Kafka sulla spiaggia di Murakami); saranno loro a fargli un po' da guide in questo viaggio culinario. E' vero o è una finzione? Poco importa in effetti, perchè quando si viaggia ci si porta dietro i ricordo dei personaggi di cui abbiamo letto nei libri.
Mi piace l'idea di camminare in strade sconosciute e lasciarsi trasportare.
Il libro è carino. Niente di spettacolare ma si legge piacevolmente.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

venerdì 29 gennaio 2016

Se la vita che salvi è la tua - Fabio Geda


Titolo originale: Se la vita che salvi è la tua - 2014

Andrea Luna ha trentasette anni, fa l'insegnante, ma non ha una cattedra fissa. Quello che doveva essere un breve soggiorno newyorkese, una vacanza solitaria voluta per riprendere fiato e soffocare le braci di una crisi coniugale, si trasforma in una peregrinazione nelle miserie dell'umanità e nella sua infinita ricchezza, in un viaggio che lo trascina ai margini della società e che gli regala incontri memorabili, soprattutto quello con la famiglia Patterson: Ary, la madre, e i suoi due figli gemelli di tredici anni, Benjamin e Allison. Quando, all'improvviso, Andrea decide di tornare a casa dalla moglie, quello che ha lasciato non esiste piú. E allora capisce che «casa» è altrove. Per raggiungerla sarà disposto a tutto, anche ad affidarsi a un pollero, un trafficante d'uomini. (www.einaudi.it)

Questo libro l'abbiamo letto per il gruppo di lettura di gennaio. Vi giuro che all'incontro, la prima cosa che ho detto è che "non sapevo cosa dire". Forse perchè ci sono tanti argomenti nel libro, forse perchè da un certo punto di vista capisco bene la fuga di Andrea, e al tempo stesso poi mi dissocio da altre scelte che compie, ma insomma non riesco a trovare nessun feeling "totale" col protagonista.
E' un uomo precario, come lavoro e (forse anche di conseguenza) come carattere. Non sa cosa vuole, è imprigionato in una vita dalla quale si lascia trasportare. Anche il matrimonio, secondo me, era a pezzi ben prima della perdita del figlio. Questo evento tragico è solo la goccia che fa traboccare un vaso già pieno. Non capisco la moglie, ha accanto un uomo che le vorrebbe stare vicino, e lei alza un muro, si chiude in se stessa, quando gli parla lo insulta. Sinceramente, anche io sarei scappata da una donna simile. Il dolore, o unisce di più, o separa del tutto. Dopo che la moglie si rifugia nel lavoro, è Andrea che scappa, e torna a New York, dove è stato da giovane e dove viene letteralmente catturato dal quadro de "Il figliol prodigo" (Rembrandt), davanti al quale passa giorni e giorni, evitando di prendere l'aereo che lo riporterebbe a casa e diventando, di fatto, un clandestino. Poi ci sono tutta una serie di vicende dal quale Andrea pare più farsi trasportare, fino a diventare un barbone. Finchè un ragazzino "lo porta a casa" (un po' come un randagio) e la madre lo accoglie al punto che diventano amici, poi amanti. E lui si trova bene in questa famiglia, dove si sente desiderato, dove ci sono due figli con cui instaura uno straccio di rapporto. Dopo oltre un anno decide finalmente di guardare le mail, e ne trova un paio della moglie: la prima piena di insulti, la seconda dal tono più morbido dove lui intravvede la possibilità di tornare insieme. E cosa fa? Scappa dalla famiglia Patterson (stavolta lasciando un biglietto: "la fuga è il futuro") e torna in Italia, dove però ha un'amara sorpresa: la moglie è incinta di 6 mesi del professore con cui lavora (te lo dicevo dalle prime venti pagine che sarebbe finita così..) e allora cosa fa? Fa di tutto per tornare a New York da Ary e i ragazzi, passando per i trafficanti di uomini del Messico, entrando da clandestino e accettando di vivere per sempre come clandestino.
Per tutto il libro è centrale questo quadro del figliol prodigo, di cui lui si sente essere il figlio maggiore, quello invidioso, e finisce con l'essere anche il figlio minore, quello che torna e viene perdonato e riaccolto. La prima parte, dove c'è tutto il parallelismo col quadro, è molto mistica e molto interessante. La seconda, e in particolare la storia del Messico, pare un po' buttata lì per metterci "il pezzo che fa sensazione". Oltre al fatto che questa seconda parte è terribilmente rapida, tutto accade in poche righe. E poi ha anche una certa dose di fortuna, perchè tutte le persone che incontra sono più che disponibili a dargli una mano, senza chiedere niente in cambio (la donna cinese che gli regala dei soldi, i vari personaggi che gli offrono un passaggio, ecc.), mentre con lui con alcuni personaggi ostenta un notevole egoismo (vedi come si comporta con l'amico Vincenzo che gli ha trovato un lavoro).
Il libro si fa leggere bene, è scorrevole, ha diverse frasi molto belle. Però la storia.. mah.
Bellissimo il personaggio di Walter, il custode del museo.
Mio voto: 6 e mezzo / 10

p.s. se ve lo chiedete, il quadro è questo: