venerdì 6 novembre 2020

Era il mio migliore amico - Gilly MacMillan


Titolo originale: Odd child out (2017)

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due amici inseparabili. Per questo motivo, quando il corpo di Noah viene trovato in un canale di Bristol, il silenzio di Abdi è inspiegabile. Perché non parla? Il detective Jim Clemo è appena tornato dopo un congedo forzato che l'ha allontanato dal suo ultimo caso. La morte di Noah sembra l'incidente perfetto con cui tenerlo occupato, vista la sua testa calda. Ma ben presto quello che pareva un gioco tra ragazzi finito molto male si trasforma in un caso al centro del dibattito pubblico: Noah è inglese, Abdi un rifugiato somalo. E le tensioni sociali stanno degenerando a Bristol, mentre le due famiglie combattono contro la paura e la rabbia cieca per ottenere le risposte che cercano. Nessuno di loro sa quanto sarà lunga la strada per capire che cosa è successo davvero o quali orrori dovranno affrontare. Perché la verità spesso fa male. (www.ibs.it)

Mi era piaciuto tantissimo il precedente libro di questa autrice (9 giorni), dove il poliziotto incaricato delle indagini era sempre Jim Clemo.
Questo libro invece mi lascia un po' perplessa, perchè comincia dalla vicenda dei due ragazzini per poi partire per la tangente e tornare alla vicenda dei ragazzini solo nel finale.
All'inizio, ci sono questi due ragazzi, uno bianco malato terminale di tumore e l'altro nero rifugiato somalo. I due sono amici per la pelle e una sera sgusciano fuori di casa per fare qualcosa di eccitante che poi si rivela una tragedia. In questa parte è Noah stesso, dal letto di ospedale, che ci racconta per filo e per segno cosa fanno, dove vanno, eccetera, alternato alla sorella di Abdi e al detective Clemo che cercano di capire cosa è successo. Poi Abdi ad un certo punto, dopo essere stato giorni in silenzio, esce di casa e non torna più, perchè ha una sua missione personale da portare a termine. E qui viene sviluppato il passato di Abdi e della sua famiglia nel campo profughi, il tutto nato dal fatto che sua madre quando ha visto un certo uomo al Welcome Centre è incredibilmente svenuta. E questo uomo ha un legame con una fotografia scattata al centro profughi in Somalia dal padre di Noah (fotografo di fama). La vicenda di per sè è anche interessante, ma non c'entra nulla con la vicenda da cui eravamo partiti, infatti ad un certo punto mi sono chiesta "sì, ok, ma tra Noah e Abdi cosa è successo?". Questo lo scopriamo nel finale, dove è proprio Noah in una lettera che spiega tutto.
Credo che l'autrice abbia colto l'occasione di parlare di un ragazzino somalo per allargarsi agli immigrati, alle violenze e simile, ma alla fine viene praticamente tralasciata la storia di partenza, che anzi viene chiusa giusto per chiuderla. A mio parere, sono due storie ognuna delle quali poteva avere vita propria, anzichè incastrarle a forza.
Scrittura scorrevole, molti personaggi (tra cui la super testimone che ha assistito ai due ragazzi che si spintonavano e che alla fine è inutile). La narrazione è fatta un po' in terza persona, un po' in prima, ma si legge bene. Nel complesso non mi ha convinto molto.
Ah, la copertina è bellissima, ma non c'entra nulla!
Mio voto:  6 e mezzo / 10

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