domenica 13 agosto 2023

Rombo - Esther Kinsky


Titolo originale: Rombo (2022)

«In seguito, tutti avrebbero parlato del suono. Del “rombo”. Con cui cominciò.» Tra maggio e settembre 1976 due violente scosse di terremoto colpiscono il Friuli, squarciando drammaticamente il paesaggio e l’esistenza di chi lo abita. A rievocare quei giorni sono sette sopravvissuti, sette abitanti di un villaggio della Val Resia, nell’estremo nord-est della regione. Uomini e donne all’epoca già adulti o ancora bambini di cui ricostruiamo via via le vite immergendoci nella realtà quotidiana dell’arcaica comunità montana di origini slave cui loro appartengono, con la sua peculiare identità linguistica e culturale, le sue usanze e leggende, il suo retaggio storico-politico di zona di confine. Dai loro racconti, accomunati dall’esperienza della paura e della perdita, emergono un profondo senso della precarietà umana e della fatalità così come il bisogno e il dovere del ricordo, per quanto doloroso e labile. Alle voci umane si combinano, come in controcanto, le voci della natura, attraverso una descrizione precisa e vivida del mondo vegetale e animale della regione, dai fiori agli uccelli – i soli esseri viventi immuni dal terremoto – fino alla composizione e alla storia delle rocce. Così la memoria dell’uomo, che cerca di ricostruire le cose e che va modellandosi e stratificandosi nel tempo, sembra confrontarsi con la memoria geologica. Con una prosa poetica raffinatissima Esther Kinsky compone un affascinante mosaico narrativo in cui i colori della pietra carsica si intrecciano alle grandi domande sull’uomo, un romanzo sui segni che imprimiamo nel paesaggio nel tentativo di comprendere il mondo, su ciò che passa e perisce per sempre e ciò che rimane e sopravvive, sottoposto a incessante mutamento, in natura come nella memoria. (goodreads)

Provo dei sentimenti contrastanti per questo libro, che affronta un argomento di cui ho solo sentito vagamente parlare.
Ho trovato terribilmente pesanti le parti in cui parla del paesaggio. Pesanti come scrittura, troppe descrizioni minuziose, troppi paroloni, ho dei libri di geografia che sono più accattivanti; più volte mi stavano annoiando e più volte mi sono detta che se continuava così per tutto il libro non ci arrivavo in fondo.
Mi sono invece piaciute molto le parti in cui dà voce ai personaggi. Testimonianze brevi, ricordi sparsi di come era prima, durante e dopo il terremoto. Un modo di scrivere semplice, toccante.
Mi lasciano perplessa invece le descrizioni di piante, animali, leggende che intervallano le testimonianze. Alcune sono interessanti, ma nell'insieme sono un po' tante. Quando poi comincia ad inserire le fotografie (ritrovate?) e la storia delle tecniche fotografiche, mi è parso che si allargasse un po' troppo. 
Ho trovato molte somiglianze con il terremoto dell'Emilia Romagna del 2012. La paura che ti rimane dentro. La (relativa) "certezza" che avendo già fatto una scossa forte non ne può venire una seconda, invece anche in Friuli ne sono venute due, una prima a maggio e una seconda a settembre che ha raso al suolo ciò che non era crollato prima e lesionato ciò che era stato ricostruito. La voglia di scappare dalla valle e la voglia di voler rimanere nonostante tutto, due sentimenti contrastanti che cozzano tra loro. Ci sono stati segnali premonitori? Chi può dirlo... A posteriori viene da ripensare al fatto che gli animali erano particolarmente nervosi quel giorno di maggio, ma poi non lo erano quando c'è stata la scossa di settembre... 
Sinceramente non lo rileggerei due volte, ho fatto una grande fatica ad arrivare alla fine, ed è un problema di linguaggio. Nelle parti descrittive del paesaggio ad un certo punto ho cominciato a saltare da paragrafo a paragrafo. 
Mio voto: 7 / 10

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