sabato 11 luglio 2026

Delitto all'ora del té - Catherine Coles


Titolo originale: Daggers at the Country Fair (2022)

1947. Come ringraziamento per la brillante risoluzione del caso precedente, Martha Miller è l’ospite d’onore alla fiera di Winteringham. Stavolta, i suoi unici compiti saranno giudicare i cani più belli in gara al concorso e godersi un buon tè in compagnia dell’affascinante pastore della chiesa locale Luke Walker, lontano dai pettegolezzi e da sguardi indiscreti. O almeno, questo è ciò che credeva...
Nel bel mezzo della fiera, infatti, la setterina irlandese di Martha, Lizzie, scopre proprio dietro il tendone allestito per il tè il corpo senza vita di una giovane donna. Ma chi può aver ucciso una ragazza così giovane, e perché? A quanto pare, qualcuno nel villaggio ha dei segreti da nascondere... e sembra che Martha e Luke abbiano un altro caso da risolvere.
Che le indagini abbiano inizio!
Un paesino inglese, una tranquilla fiera di campagna e un misterioso omicidio.
Non c’è pace per la nostra Martha Miller.
Riuscirà a far luce anche su questo caso grazie al suo spirito d’osservazione? (goodreads)

Ho cominciato subito il secondo libro di questa serie, mi ha intrigato molto. Ormai Ruby, la sorella di Martha, appena sa che è successo qualcosa chiede "chi è morto stavolta?". Perchè è così, dove va Martha c'è un morto, anzi due... E con l'aiuto del vicario Luke Walter, la sorella Ruby, il cane Lizzie (che scopre il cadavere), Maud Burnett e Ada Garrett (le due pettegole del villaggio), tutti in gita a Winteringham per la fiera, riuscirà ad arrivare alla soluzione di una vicenda molto triste (e il colpevole lo avevo capito). Perchè dietro alla morte di Helen troviamo persone che avrebbero dovuto aiutarla e che si sono approfittati di lei, uomini che l'hanno amata senza ricordarsi che era poco più che una bambina e che si sono nascosti dietro alla scusa di essere sposati.
Trovo che questo giallo abbia una storia di fondo molto triste, una madre che decide di abbandonare la propria figlia e una donna che a questa bambina si aggrappa con le unghie e coi denti pensando più al proprio egoismo che al bene della bambina. Argomento che tocca molto anche le corde di Martha e che spero non si riproponga in tutti i libri o diventerà (per me ) un po' pesante...

" "Lei non può capire. Non ha figli". Mi stavo iniziando a irritare a furia di sentirmelo ripetere. Nessuno meglio di me sapeva che non avevo dei figli. La buona educazione m'impedì di dire a Doris che in realtà, nemmeno lei ne aveva. Almeno non secondo le leggi della biologia."

Tornando al libro, anche questo è molto scorrevole e brillante, si legge molto bene. Nonostante alcuni tentativi di depistaggio, credo che il colpevole fosse un po' scontato, o almeno a me è sembrato così. Ecco, una cosa che mi lascia un po' perplessa, è che Martha sembra arrivare alla soluzione per colpo di genio, forse queste sue riflessioni si potrebbero strutturare un po' meglio. Però ammetto che, al di là del risolvere il mistero, anche la relazione (amichevole per ora) tra Martha e Luke sia molto tenera. Tra l'altro, col fatto che Freddie, il vicario del posto, sia un vecchio e grande amico di Luke, scopriamo alcune cose sul suo passato, soprattutto il fatto che il padre, di cui non parla mai, ha fatto qualcosa che lo ha fatto star male... Immagino che prima o poi queste background verrà poi rivelato.
Mio voto: 7 e mezzo / 10


The Martha Miller Mysteries Serie:
2 - Delitto all'ora del tè
3 - Delitto a Lovers' Leap
4 - Delitto perfetto a Westleham

Un misterioso omicidio e molti segreti - Catherine Coles


Titolo originale: Poison at the Village Show (2022)

1947. Westleham, cittadina tranquilla poco distante da Londra, è in la guerra è finita e tutti si stanno dando da fare per organizzare una fiera indimenticabile. L’unica a non mostrarsi troppo entusiasta durante i preparativi è Martha Miller. Da quando suo marito Stan è scomparso senza lasciare traccia, ha dovuto fare i conti con i pettegolezzi dei vicini, che hanno cominciato a trattarla con freddezza e sospetto. Questa potrebbe essere l’occasione che Martha aspetta da tempo per conquistare l’amicizia della gente del posto, grazie al delizioso gin alle prugne che ha preparato con le sue mani. Ma qualcosa di tragico sta per accadere. Alice Warren, in qualità di presidente del comitato di Westleham, inaugura la fiera con un brindisi al gin e… si accascia a terra, morta. Tutto lascia supporre che sia stata avvelenata. Prima che Martha possa rendersene conto, viene trascinata di nuovo al centro dei sospetti. Questa volta, però, è determinata a dimostrare la sua innocenza. Con l’aiuto del nuovo pastore, l’affascinante Luke Walker, troverà il vero colpevole. E, soprattutto, difenderà l’onore del suo squisito gin fatto in casa. (goodreads)

Volevo un libro leggero e mi ha incuriosito questo, lo avevo in lista da un po'.
L'ambientazione è molto accattivante, un piccolo villaggio inglese dove lo sport preferito è farsi i fatti degli altri. Una protagonista, Martha, che è stata lasciata dal marito, che è sparito nel nulla senza dare traccia di sè nè dire niente, e che è rimasta in grandi difficoltà finanziarie. Ha preso a vivere con sè la sorella minore Ruby, grazie alla quale riescono a mantenersi, mentre Martha vive un po' di espedienti, non essendo mai stata abituata a lavorare (perchè le donne stavano ad accudire la casa). Martha non ha amici nel villaggio, anzi una delle vicine è addirittura convinta che abbia seppellito il marito in giardino sotto le patate. E le cose non migliorano perchè alla fiera del paese, Alice Warren, presidentessa del comitato del villaggio, molto amata in paese, muore dopo aver bevuto un bicchiere del gin alle prugne di Martha, e poco dopo muore un'altra donna che teneva una bottiglia dello stesso gin sul comodino. Martha allora cerca di riabilitarsi agli occhi dei paesani cercando di risolvere l'omicidio, con l'aiuto del nuovo e aitante vicario Luke. Mentre, ovviamente, anche la polizia fa le sue ricerche con l'ispettore Ben Robertson (che è palesemente interessato a Ruby). Molto simpatica Maud Burnett, finalmente la prima amica di Martha che è esaltata all'idea di fare parte della squadra investigativa. Poi c'è Lizzie, il cane di Martha alla quale lei confida i suoi pensieri.
L'impressione che ho avuto è che questo libro si rifacesse un po' ad Agatha Christie, anche se Martha è decisamente più giovane di Miss Marple. L'atmosfera mi ha subito catturata, mi piacciono questi piccoli villaggi inglesi. Il libro è circa duecento pagine, scorrevole, scritto anche in modo brillante, per cui scorre bene. All'inizio c'è l'elenco dei personaggi, che ammetto di aver saltato a piedi pari perchè purtroppo questa cosa mi confonde (al limite dovrei fotocopiarlo per tenerlo sempre sott'occhio). Non sono arrivata a capire chi fosse l'assassino, e credo che anche Martha ci sia arrivata più come illuminazione che come ragionamento, perchè le cose spesso sono proprio quello che sembrano. Ammetto che mi è piaciuta più la vicenda intera che non il discorso degli omicidi.
Credo che abbia il potenziale per diventare una serie brillante. Al momento vedo che sono stati pubblicati 4 libri... chissà se proseguirà.. Io comunque conto di leggere presto i successivi a questo. Lettura gradevole per momenti leggeri.
Mio voto: 7 / 10


The Martha Miller Mysteries Serie:
1 - Un misterioso omicidio e molti segreti
2 - Delitto all'ora del tè
3 - Delitto a Lovers' Leap
4 - Delitto perfetto a Westleham

Vedove di Camus - Elena Rui


Titolo originale: Vedove di Camus (2025) 

Il 4 gennaio 1960, la Facel Vega guidata dal celebre editore Michel Gallimard sfreccia lungo una strada della Borgogna e va a schiantarsi contro un platano. Sul sedile del passeggero, Albert Camus, che solo tre anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, muore sul colpo. Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all'improvviso "vedove" dell'uomo: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso – fedele ai paradossi del sentimento – definiva «l'Unica». Con estro e rigore, Elena Rui indaga le vite e le voci di queste quattro figure femminili di fronte all'ineluttabilità della disgrazia. Si imbastisce così «un discorso sull'amore» che rifiuta viete certezze morali per restituire la trama sottile, contraddittoria e irriducibile degli affetti, offrendo a chi legge la libertà – e l'onere – di interrogarsi sui confini e sugli abissi dei rapporti umani. (goodreads)

Il libro è diviso in sei capitoli. Nel primo c'è la premessa, ossia l'incidente occorso a Camus. Nei successivi quattro sono riportate le vite e i cambiamenti che la morte di Camus ha portato nelle vite delle quattro donne che frequentava in contemporanea. Parte ovviamente dalla moglie, poi passa a Catherine Sellers, alla più giovane Mitte Ivers, e per ultima parla "l'unica" Maria Casarès. 
Francine è la moglie, l'unica donna legittimata a ricevere le condoglianze pubbliche, a seguire la bara per le esequie, a decidere cosa fare del suo lascito di diari e romanzi (tra cui l'ultimo, incompiuto, che Camus aveva con sè quando è morto). Catherine Sellers aveva in comune con Camus l'amore per il teatro, è quella che, pur capendo il suo carattere, soffre anche di gelosia repressa. Mette Ivers aveva in Camus una gioia di vivere che alimentava la sua capacità pittorica, lui l'ha sempre incentivata a proseguire nella sua attività. Maria Casarès ha una storia lunga 18 anni con Camus, nata durante la guerra mentre Francine era stata bloccata in Algeria; un tentativo di separarsi dopo quattro anni per l'insofferenza di essere solo "l'amante" e il trovarsi di nuovo insieme, il capire che il poco tempo vissuto insieme è una vittoria in una guerra che combattono insieme.
Cosa succede quando la persona che amiamo non c'è più? Elena Rui esplora le risposte a questa domanda, diversa per ognuna delle donne che si è sentita vedova di Camus.
L'autrice ricorda che si tratta di finzione, basata su documenti, interviste, biografie, dalle quali ha cercato di estrapolare sentimenti e pensieri che possano essere veritieri. Il risultato è un libro molto toccante, scritto con delicatezza e in maniera raffinata. Interessante.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

giovedì 9 luglio 2026

Premio Strega 2026

Il vincitore dell'80° Premio Strega è, come già si sospettava, Michele Mari col suo "I convitati di pietra". Devo ammettere che lo conoscevo di nome ma non ho mai letto nulla di lui prima di questo libro.
Ho seguito la diretta su rai 3 e Mari mi è parso davvero un personaggio, parla come scrive, con questa sua incapacità di sorridere (detto da lui). Mari stesso ha ammesso che questo non sia il suo libro migliore, se avesse dovuto scegliere lui quale premiare avrebbe forse scelto "Leggenda privata". 
"Al netto del fatto che io non so tecnicamente sorridere e quindi mi sottraggo a questo impegno, perché ne verrebbe fuori un ghigno, un rictus poco adatto all'occasione. Sono molto emozionato, sono molto contento..."

Carina la serata, abbastanza piatta, condotta da Pino Strabioli e la pianista Gloria Campaner (per carità, bella, elegantissima, ma non è una conduttrice...). Mi sono chiesta come mai non ci fosse Geppy Cucciari, lei riusciva a dare un po' di brio.. Ma va beh.
Sempre interessanti le interviste ai finalisti.

L’80esimo Strega è stato assegnato dal voto di 643 giurati (su 800 aventi diritto).

Michele Mari ha ricevuto 190 voti.

Il secondo posto è andato a Matteo Nucci (Platone – Una storia d’amore), con 152 preferenze.

Terza posizione (84 voti) per Bianca Pitzorno (La sonnambula)

Quarto posto (78 voti) per Alcide Pierantozzi (Lo sbilico).

Quinta posizione (75 voti) per Teresa Ciabatti (Donnaregina).

Al sesto posto (64 voti) Elena Rui (Vedove di Camus).



giovedì 2 luglio 2026

Fuori i libri! Giugno 2026

A fine maggio ho cominciato il libro per il gruppo di lettura della biblioteca, "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg. Ammetto di aver fatto molta fatica a procedere. Forse è un gran libro ma che è capitato in un momento sbagliato... Oltretutto, questo libro mi rimarrà sempre legato ad evento successo dopo. Dodici giorni dopo aver discusso di questo libro al gruppo di lettura, è morta una delle nostre lettrici, una donna adorabile, ex professoressa di latino, che lascerà un vuoto enorme.

Mi è venuta voglia di leggere i libri che sono nella sestina del premio Strega. Non credo li leggerò tutti. Ho cominciato dal super favorito, Michele Mari e "I convitati di pietra". Trama originale ed interessante. 

Secondo libro della sestina, "La sonnambula" di Bianca Pitzorno. Mai letto niente di questa autrice, nonostante la conosco di fama. Libro gradevole, con almeno cinquanta pagine di troppo. Mi attirava ma mi ha un po' deluso.

Ero stata tentata di proseguire con "Platone. Una storia d'amore" poi la lunghezza del libro mi ha un po' scoraggiata e ho optato per "Vedove di Camus" di Elena Rui. Devo dire che mi ha emozionato, forse perchè tocca corde su cui sono un po' sensibile... (libro finito in luglio)

Avrei voluto leggere tutti e sei i libri della sestina ma, a parte che ormai manca una settimana scarsa alla proclamazione, ammetto che mi fermerò a questi tre. Quello di Platone è obiettivamente molto lungo, non ho voglia adesso di un libro così impegnativo. La storia della Ciabatti, sinceramente, non mi attrae, mentre "lo sbilico" ho idea che sia un libro troppo tosto per il momento. Se dovessi fare una mia (purtroppo parziale) stima sul vincitore, devo dire che sia Mari sia Rui potrebbero tranquillamente vincere. Entrambi originali, con due stili molto diversi. Forse quello di Mari ha dei punti più "annoianti" in cui non succede niente di nuovo, anche se ci sta con la storia di cui tratta, mentre quello della Rui mantiene l'attenzione costante. Vedremo...



La sonnambula - Bianca Pitzorno


Titolo originale: La sonnambula (2026)

Una bambina abitata da un dono. Quattro donne che vogliono conoscere il loro futuro. Un romanzo sul potere del pensiero femminile.
Di rado il destino si rivela fin dall' ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze. Comincia così, in una città della Sardegna, l'avventura di Ofelia Rossi, "rinomata sonnambula", donna sola e fiera, che nel suo salotto in via del Fiore Rosso si guadagna da vivere offrendo vaticini per il prezzo di 5 lire. Le sue clienti sono perlopiù signore che covano nell'animo inquietudini e desideri per sé stesse o per coloro che amano.
La sonnambula le fa parlare, le sa ascoltare, poi simula una trance, impugna una penna d'oca e scrive il suo responso. Fino a quando cominciano a verificarsi eventi che sfuggono anche alla sua sapiente regia, e il passato torna a bussare alla sua porta... Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d'avventura e d'amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile.
Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d'animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite. (goodreads)

Pur conoscendo Bianca Pitzorno, ammetto che finora non avevo ancora letto niente scritto da lei.
La prima impressione che ho avuto, è che lo stile narrativo è proprio quello da fiaba, una scrittura delicata, descrittiva, che ti sa portare in quel genere di atmosfera. 
La storia era intrigante, questa bambina che ha delle vertigini che predicono il futuro della persona che gliele ha fatte (inconsapevolmente) scatenare. Ammetto, però, che quando scappa dal marito violento e comincia a fare la "sonnambula" di professione (che non è chi non dorme di notte, ma una sorta di veggente), aver scoperto che non ha più le visioni ma che deve inventarsi delle storie, mi ha un po' deluso.
Le donne che girano intorno al suo studio sono ben più di quattro. Scopriremo chi sono le "fatidiche quattro" solo verso il finale, quando si scopre anche che il libro è abbastanza autoreferenziale in quanto queste quattro donne impersonificano le sue antenate.
Ho trovato il libro molto prolisso in alcuni punti, dove ci sono descrizioni lunghissime e dove ci sono racconti di duemila persone che ruotano attorno alla sonnambula. Se avesse tolto una cinquantina di pagine, il romanzo ci avrebbe guadagnato evitando un po' di noia. Poi, quando è costretta di nuovo a scappare, il romanzo subisce una accelerata notevole, con una serie di avvenimenti che si susseguono molto rapidamente e un finale da favola che forse non è quello che ci saremmo aspettati. Anche le parti storiche che introduce quando parla dei briganti, sì, possono essere interessanti, ma non mi hanno fatto impazzire, anzi mi hanno un po' distratto dalla vicenda principale.
Libro con una bella idea ma che non mi ha convinto del tutto. Bello lo stile da favola ma troppo prolisso nella prima parte e troppo rapido nella seconda, andava equilibrato un po' meglio. Comunque gradevole.
Mio voto: 7 / 10

I convitati di pietra - Michele Mari


Titolo originale: I convitati di pietra (2025)

Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l'esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all'ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l'unico a rimanere anche dopo trent'anni non saranno le rughe o i chili in piú a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E cosí un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il piú possibile. Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l'amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il chi perde un amico trova un tesoro.

22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro». (goodreads)

La trama di questo libro mi aveva ispirato subito, prima di scoprire che era nella cinquina del Premio Strega.
Sicuramente originale il punto di partenza, questa "riffa della morte" che tira fuori anche il peggio da alcuni dei partecipanti.
Ho faticato ad ingranare col linguaggio di Mari, un misto tra il colloquiale e il (troppo esasperatamente) forbito, con un sottofondo di sarcasmo notevole. Poi evidentemente ci ho fatto il callo (e comunque sono diminuiti i termini assurdi mai sentiti).
Ammetto che una storia come questa ti porta a girare le pagine nell'attesa (lunghissima) di capire chi saranno i primi tre e poi chi sarà l'ultimo che rimarrà in vita. A mano a mano che la storia procede, e procede per decenni, chi rimane in vita si rende conto che avrà sì una cifra spropositata di soldi, ma probabilmente non avrà più il tempo o le forze per utilizzarla. E alla fine, i sopravvissuti cominceranno a provare una sorta di amicizia, di fraternità, un desiderio di non essere l'ultimo a rimanere in vita avendo macabramente seppellito tutti e trenta i compagni di classe. Un romanzo che parte nel 1975 e si conclude nel futuro, dove viene esplorata la fragilità delle debolezze umane e il peso del tempo che passa. 
Ho faticato un po' nelle pagine dove vengono elencati i film con Gene Hackman e i fumetti, lì ammetto che i titoli li ho un po' saltati, anche se fungono benissimo per descrivere la maniacalità del personaggio. Molti dei personaggi hanno manie su cui viene calcata la mano (e va beh, il riferimento all'onanista Brodo è inevitabile). Mari gestisce benissimo trenta personaggi, alcuni con cognomi assurdi, con proprie caratteristiche, e ammetto che sono talmente caratterizzati e particolari che non si fa confusione. Forse ad un certo punto, la vicenda pare un po' ristagnare, perchè con l'avanzare del tempo, rallentano anche i decessi e le situazioni dove poter mettere del brio. Finchè si può concentrare sui tre vincitori che, in realtà, acquistano umanità.
Una trama interessante con delle interessanti riflessioni esistenziali sullo sfondo. Gradevole.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

martedì 30 giugno 2026

Lessico famigliare - Natalia Ginzburg


Titolo originale: Lessico famigliare (1963) 

Lessico famigliare è la storia di una famiglia ebrea, quella della stessa scrittrice, che si svolge a Torino fra gli anni Trenta e Cinquanta. Natalia, l'ultima dei cinque figli Levi, è la voce narrante. Con assoluto rispetto della verità, e, per certi versi, mantenendo l'incanto della fanciullezza, l'autrice non solo ripercorre con la memoria le vicende dei suoi cari, ma ne fissa per sempre anche il linguaggio (che, come sappiamo, è unico per ogni nucleo famigliare), i motti, le abitudini radicate. (goodreads)

Mi trovo un po' in difficoltà a commentare un libro che è un "mostro sacro" della letteratura italiana in quanto per me è stato di una pesantezza incredibile. Ma potrebbe anche trattarsi di un grande libro letto nel momento sbagliato eh.
Sicuramente è interessante il discorso del lessico, delle parole che all'interno del nucleo familiare si creano e si utilizzano, delle abitudini familiari, dei pregiudizi anche che si formano nel contesto familiare (tipo i figli che non fanno mai qualcosa che vada bene al padre). Ed è interessante vedere come questa famiglia e tutto il suo entourage di amicizie/conoscenze si muovono nel contesto italiano degli anni del fascismo. E' stato interessante scoprire come certi personaggi del periodo erano strettamente collegati (Levi, Ginzburg, Balbo, Turati, Olivetti,...). Ho molto apprezzato il fatto che la storia rimane solo tratteggiata, non approfondita, anche se immagino che chi non conosce la storia italiana può avere delle difficoltà.
Detto questo però, la lettura mi è stata molto noiosa. Innanzitutto ho trovato il padre insopportabile, petulante, spocchioso (se non sei un professore o un ricercatore non conti nulla). La madre è un personaggio schizofrenico, nel senso che è sottomessa al padre ma poi gli parla dietro, è gelosa delle amiche della figlia, si circonda di amiche giovani perchè può dare loro dei consigli. Il bello della madre è che è tendenzialmente una che prova a vedere il bello delle cose, ma sembra molto sciocca in tanti atteggiamenti. Poi, per carità, l'autrice ha probabilmente riportato il ricordo che aveva della madre, quindi non stiamo parlando di un personaggio inventato.
I personaggi sono troppi. Sono in sette in famiglia più la "serva", poi gli amici, i coniugi dei figli, i nipoti... Non ne potevo davvero più, diventano troppi da seguire, anche perchè nel parlarne salta spesso da un personaggio all'altro. 
Ho fatto molta fatica all'inizio, con la presentazione del padre e di tutti i termini che lui si è inventato. Dopo un po' la storia ha cominciato a scorrere per varie pagine. Poi il diramarsi delle persone citate mi ha stancato. L'ho finito solo perchè era il libro del gruppo di lettura della biblioteca e volevo arrivarci in fondo, altrimenti l'avrei interrotto. Mi dispiace.
Mio voto: 6 / 10