martedì 28 dicembre 2021

Jane e l'arcano di Penfolds Hall - Stephanie Barron


Titolo originale: Jane and the Stillroom Maid (2000)

Derbyshire, 1806. Jane, in vacanza, sta assaporando il mite clima estivo d'agosto e scoprendo le meraviglie della regione, quando, durante una delle sue passeggiate, trova il cadavere di un giovane uomo, dai boccoli biondi e dal viso bello come quello di un angelo. A sconvolgerla ulteriormente è il coroner che le rivela che non si tratta di un uomo bensì di Tess Arnold, domestica personale di Mr. Charles Danforth di Penfolds Hall, travestita con gli abiti del suo padrone. Tess aveva servito fedelmente a Penfolds per molti anni, prima di essere accusata di stregoneria e cacciata via. Cosa si nasconde dietro la sua morte? È stata la vittima di un pazzo? O qualcuno l'ha tolta di mezzo per seppellire con lei segreti innominabili? Come sempre, il fiuto di Jane per l'intrigo e la menzogna porterà la nostra eroina a lanciarsi in un'indagine pericolosa, e nemmeno le peggiori minacce potranno dissuaderla dalla ricerca della verità.

Quinto romanzo della serie di Stephanie Barron dove l'investigatrice è Jane Austen. In questo libro siamo nel periodo che Jane Austen trascorse in Derbyshire con sua madre e sua sorella nell'estate del 1806, dopo la morte del Reverendo George Austen. Recatesi in visita dal cugino Edward Cooper (parroco), le tre donne si ritrovarono a dover fuggire da un'epidemia di pertosse che colpì la famiglia Cooper, rifugiandosi in Derbyshire. Qui Jane visitò Chatsworth, la dimora dei duchi del Devonshire, che (pare) prese a modello per la Pemberley di Orgoglio e pregiudizio. Naturalmente Jane non può non incappare in un delitto. Questa volta si tratta dell'uccisione di una giovane erborista / dispensiera, che Jane ritrova cadavere, orribilmente mutilata secondo i rituali della massoneria. Sul momento Jane la scambia per un giovanotto, solo in seguito le diranno di chi si tratta.
Tess Arnold (la vittima), al momento della morte, indossava abiti da uomo che, come si scoprirà in seguito, appartenevano al suo padrone, Charles Danforth.
La famiglia Danforth, abitante di Penfolds Hall, sembra che sia perseguitata da un maleficio. Infatti, Charles Danforth ha seppellito tre figlioletti e la moglie, morta per un parto prematuro. Ma Jane non crede affatto ad una maledizione e con l'aiuto di Lord Harold, riapparso misteriosamente, comincia ad investigare, grazie anche alla scoperta del diario in cui Tess segnava le ricette delle cure e i nomi delle persone a cui le somministrava.

Credo che questo sia l'episodio più bello della serie, almeno tra quelli che ho letto finora. Di Jane mi piace l'arguzia e l'ironia, e mi piacerebbe tanto che si sposasse con Lord Harold. Ma ovviamente, vista l'accuratezza storica degli avvenimenti della vita di Jane Austen, so già che non sarà così.
Alcune descrizioni sono un po' prolisse, ma nell'insieme rendono bene l'amore che Jane provava per quel territorio.
La vicenda si dipana chiaramente, anche nel finale. Bisogna fare un po' l'abitudine al tipo di scrittura, che effettivamente ricalca benissimo quella usata da Jane Austen nei suoi romanzi.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

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sabato 25 dicembre 2021

Inventario di alcune cose perdute - Judith Schalansky


Titolo originale: Verzeichnis einiger Verluste (2018)
Titolo in inglese: An Inventory of Losses

Partiamo dalla premessa che io giudico un libro per quella che è la mia esperienza di lettura. E aggiungo un corollario per cui se ad un certo punto il libro mi ha stancato, faccio fatica a "riabilitarlo" più di tanto (per cui, anche se gli ultimi capitoli fossero spettacolari, li affronterei con un po' di pregiudizio). Detto questo, questo libro non mi è piaciuto. Mi è piaciuta l'idea di partenza, di trovare dodici cose perdute (fra tutte quelle che ci sono nel mondo) e crearci sopra una storia, ma la realizzazione non mi è piaciuta.
Innanzitutto, molte volte fa l'introduzione di una delle "cose perdute" e poi il racconto parla di altro. tipo il terzo racconto, l'unicorno è solo il tatuaggio sul braccio della cassiera, che c'entra il ciclo? 
Molte volte, si allarga talmente tanto nel discorso che mi ha dato l'idea di essere un po' saccente (tipo nei sette libri di Mani, che è un compendio di storia dell'evoluzione dal primo uomo ai giorni nostri; oppure nel porto di Greifswald dove c'è una prolissa e dettagliata descrizione di ogni singola cosa che vede nel bosco, per carità gran occhio per i dettagli, ma pare un po' fare sfoggio della sua cultura). 
Peraltro, nel racconto del porto di Greifswald, non capisco cosa è perduto, il porto c'è ancora.
Il linguaggio in molti dei racconti è da saggio, molto pesante. L'ultimo (luna di Kinau) non ho capito nulla e non sono tornata indietro a capire.
Due racconti mi sono piaciuti. Il secondo racconto, quello della tigre e del leone pur se mi ha angosciato la cattiveria che l'uomo ha sempre avuto sull'animale, usato solo per diletto, senza rispetto della loro sofferenza. la tigre vince ma viene comunque uccisa. Racconto che è sempre di attualità purtroppo.
L'altro racconto che mi è piaciuto è il 5, del ragazzo vestito di blu, dove parla della decadenza dell'attrice (Greta Garbo?) che fa fatica ad accettare di invecchiare e e si sente fallita dopo un ruolo in costume mal riuscito.
Mi è piaciuta anche la riflessione sul piacere erotico e sui corpi maschili e femminili del racconto n. 10.
Nel complesso ho trovato il libro pesante, più per il modo di scrivere, in alcuni punti decisamente noioso tant'è che ho saltato da riga a riga (soprattutto nelle prolisse descrizioni) e mi ha lasciato abbastanza perplessa sul cosa mi voleva dire, perchè parte con una idea (interessante), con una struttura interessante, ma poi ciò di cui parla a volte è un ricordo personale, a volte una storia inventata, a volte un compendio di tutto ciò che ha studiato. Mi spiace, ma non l'ho apprezzato.
Mio voto: 6 / 10

Due vite - Emanuele Trevi


Titolo originale: Due vite (2020)

«L'unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti e cercare la distanza giusta, che è lo stile dell'unicità».
Così scrive Emanuele Trevi in un brano di questo libro che, all'apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, cosi propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l'aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l'ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell'unicità di questo libro non stanno nell'impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l'amicizia. Nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili, Rocco Carbone e Pia Pera appaiono, in queste pagine, come uniti da un legame fino all'ultimo trasparente e felice, quel legame che accade quando «Eros, quell'ozioso infame, non ci mette lo zampino».

Arrivata a circa metà libro, lo avrei voluto abbandonare. Pesantissimo. Noioso. Non lo sopportavo più. Sono andata avanti solo perchè è il libro del prossimo incontro del gruppo di lettura, se fosse stata una lettura libera l'avrei davvero abbandonato.
La storia, che poi non è una storia, ma una specie di "memoir", un ricordo nei confronti di due cari amici persi in circostanze drammatiche, poteva starci. Il problema è che se non conoscendo le persone di cui sta parlando, in realtà sono rimasta in superficie rispetto alle loro storie. 
Lo stile narrativo è ciò che mi ha infastidito maggiormente, con tanti riferimenti a libri, con uno stile pomposo, pieno di paroloni, soprattutto nella parte su Rocco. Una specie di mezzo saggio. Un pochino meno pesanti le pagine su Pia, ma comunque con descrizioni troppo minuziose. Non era quello che diceva, ma il come. Non so se ha volutamente calcato la mano sulla scrittura, se volesse fare un paragone tra la persona di cui parlava e il modo in cui ne parlava, per cui quando parla di Rocco la scrittura è più filosofica, più schizofrenica, mentre quando parla di Pia è decisamente più timido, più bucolico. 

La parte più bella sono i due capitoli finali, con tutt'altro stile, più personale, più caldo. Se avesse scritto tutto in quel modo, probabilmente lo avrei apprezzato di più. 
Non so come abbia fatto a vincere il Premio Strega; mi viene da pensare che chi ha giudicato il libro conosceva anche i due scrittori di cui si parla, e quindi è scattata una componente affettiva che in me non è scattata. Io non vedevo l'ora di finirlo per leggere altro.
Mio voto: 5 / 10

La macchia umana - Philip Roth



Titolo originale: The human stain (2000)

Il professor Coleman Silk da cinquant'anni nasconde un segreto, e lo fa cosí bene che nessuno se n'è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della political correctness . Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c'è scampo perché "noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui". Come ha scritto Robert Stone, «Philip Roth è sempre teso, furioso, divertente, pericoloso come quarant'anni fa».  (anobii.com)

Se devo riassumere in poche parole questo libro direi "non vedevo l'ora che finisse". E' stata una lettura pesantissima, non tanto per ciò che viene detto ma per come viene scritto.
Sono andata a rileggermi cosa avevo scritto dell'altro libro che ho letto di Roth, "Nemesi", e là mi ero addirittura segnata che la scrittura era "piacevole, leggera e scorrevole nonostante l'argomento". Qui, tutto questo non c'è.
Roth, attraverso la figura di Coleman Silk, ci mostra sicuramente una società americana piena di contraddizioni e pregiudizi. Silk, non vedendo mai a lezione alcuni studenti, chiede in classe se sono degli "spettri", dei fantasmi, se esistono davvero o meno. Qual è il problema di ciò? Che nello slang americano la parola "spettri", tra i tanti significati, ha anche quello di essere dispregiativo nei confronti dei neri. E qui sembra che gli si ritorca contro il suo grande segreto, l'aver nascosto le sue origini nere, l'aver rinnegato la sua famiglia perchè voleva essere bianco, con una spada di Damocle sulla testa per tutta la vita perchè i geni neri potrebbero ricomparire nei suoi figli o anche in seguito (cosa di cui se ne frega, in effetti). Lui poi, che in realtà ha preso a lavorare in università anche dei professori neri, e quindi non ha sicuramente fatto quel commento con un fondo razzista. E tuttavia, anche coloro che a lui devono essere grati, nel momento in cui viene accusato di razzismo, non muovono un dito per stare dalla sua parte.
Un libro pieno di personaggi ambigui, scritto da uno scrittore che è diventato amico di Coleman negli ultimi tempi, e che ricostruisce la vicenda con quello che sa e con i racconti della sorella di Coleman, Ernestine, che incontra al funerale.
Diversi dei personaggi che ruotano attorno a Silk non sono così puliti e hanno dei grossi problemi alle spalle. Faunia, che ha questo violento ex marito reduce dal Vietnam che soffre di disturbo post-traumatico, e anche lei stessa che finge di non saper leggere e non si sa bene per quale motivo. Anche la professoressa Delphine Roux, francese, che ha lasciato la sua patria per diventare qualcuno in America ma che si rende conto che in America non è apprezzata, a cui ha dato fastidio che Coleman non le abbia fatto delle avances e che ad un certo punto si rende conto che sta cercando un uomo esattamente come lui, spedisce per errore un messaggio a tutto il corpo docente ma per vergogna sostiene che sia stato Coleman ad infiltrarsi nel suo ufficio e a mandarlo per calunniarla, e tutti sono disposti a crederle anche se è la notte in cui Coleman muore e non avrebbe palesemente potuto fare una cosa simile. Gente capace di credere a qualsiasi pettegolezzo messo in giro, senza darsi la briga di azionare il cervello e rendersi conto di quanto le cose siano palesemente false. Gente per cui il problema non è che il presidente Clinton si sia fatto una storia con la Lewinski, ma che si sia fatto beccare in una posizione dove lui era sottomesso e non dove la dominava.
Credo che in questo libro ci siano tanti argomenti anche con chiare implicazioni politiche, tanti salti temporali, tanti cambi  di personaggi, ma il grosso problema è che sono resi con una scrittura per niente accattivante e ne risulta una lettura pesantissima.

"Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui."

Mio voto: 6 / 10

Nove perfetti sconosciuti - Liane Moriarty


Titolo originale: Nine perfect strangers (2018)

Nove persone si riuniscono a Tranquillum House, una remota località termale australiana che promette di cambiare la vita dei suoi ospiti in soli dieci giorni. Alcuni sono arrivati per perdere peso, altri per provare a migliorare la propria vita, altri ancora per motivi che non possono ammettere nemmeno con se stessi. Il programma è fatto di lusso e coccole, meditazione, yoga e la conquista di una nuova consapevolezza. Ma nessuno dei presenti può lontanamente immaginare quanto saranno difficili i prossimi dieci giorni, e come una vacanza all'insegna del benessere possa trasformarsi in qualcosa di molto diverso. Frances Welty, scrittrice di romanzi rosa, arriva al resort per curare il mal di schiena, il suo cuore infranto e un inesorabile declino delle vendite dei suoi libri. È subito incuriosita dagli altri ospiti, la maggior parte dei quali non sembra affatto aver bisogno di cure. Ma la persona che la intriga di più è Masha, la strana e carismatica proprietaria e direttrice di Tranquillum House. Questa donna potrebbe davvero avere le risposte che Frances sta cercando? E Frances dovrebbe lasciarsi coinvolgere e accettare tutto quello che il resort sta di fatto imponendo? Non passa molto tempo, infatti, prima che tutti gli ospiti si pongano esattamente la stessa domanda e la situazione diventi sempre più inquietante. (ibs) 

Il libro si legge abbastanza bene, nel senso che lo stile narrativo è scorrevole. Ci sono molti dialoghi, anche piacevoli. I personaggi sono ben caratterizzati, nonostante siano nove (più i tre dello staff e alcuni di contorno), non si fa confusione tra uno e l'altro. Sicuramente vedo come personaggio centrale Frances, più preponderante rispetto agli altri. 
Tuttavia, in questo libro ci sono almeno 150 pagine di troppo.  C'è una specie di colpo di scena finale, dove arriva in scena un uomo che in realtà non aggiunge molto alla storia, se non far capire qualcosa di più del passato di Masha, ma sinceramente a quel punto non ha cambiato molto (e non dico di più per non spoilerare nulla). 
Sinceramente, il libro parte bene ma poi diventa tirato per le lunghe, e tutto il processo di "decadimento" di Masha perde l'intensità che poteva avere. A un certo punto non ne potevo più, ma sono arrivata alla fine per vedere cosa succedeva. Più volte ho pensato di interromperlo da quanto mi stava annoiando (anche la parte di preparazione al "processo" è solo ridondante). 
Ho letto questo libro perchè era indicato da diversi utenti di goodreads come un "locked-room mystery" ma sono molto perplessa di questa definizione. D'accordo con il discorso "locked-room" dal momento che i nove personaggi sono letteralmente rinchiusi in questo resort senza possibilità di scampo. Ma non vedo la parte mystery. Sì è vero, ad un certo punto prende un po' una piega vagamente thriller, ma non c'è nulla da risolvere, nessun mistero. Non sono così sicura che si possa inserire in questa categoria, e al tempo stesso, non ho nessuna intenzione di "averlo letto per niente" (sì, mi spiace, il commento è un po' forte ma è quello che penso). 
Mio voto: 6 / 10

Il treno dei bambini - Viola Ardone


Titolo originario: Il treno dei bambini (2019)

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un'Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c'è altro modo per crescere. (ibs.it)

Attenzione: contiene spoiler sulla trama.

Faccio fatica a dare un giudizio di questo libro. Se dovessi sintetizzare quello che penso, sarebbe un "mi è piaciuto, ma".
Ho fatto fatica all'inizio, principalmente perchè ci sono molti termini dialettali che non capivo. Sì, capivo il contesto, ma non esattamente quello che intendeva, ed è una cosa che non sopporto. Tutto sommato, la parte ambientata nel 1946 mi è piaciuta. Non sapevo di questi trasferimenti al nord, ma li ho trovati molto simili (certo con grosse differenze) a quello che successe negli anni successivi a Chernobil, in cui i bambini venivano portati in Italia per allontanarli temporaneamente dalla zona radioattiva. Ad Amerigo mi sono affezionata. E' un bambino che vive con una madre quasi totalmente anaffettiva, mentre lui è in costante ricerca di affetto. Tant'è che a Modena, più del cibo e di tutte le cose che ha ricevuto, quello che ha ricevuto è stato affetto, da Derna, da Rosa e tutta la sua famiglia. Poi, certo, ha mangiato, è stato vestito, ha imparato a suonare il violino, ma ciò che gli manca è la parte di affettività che sua madre non ha mai mostrato nei suoi confronti. Anche una volta tornato a casa, sua madre l'ha subito riportato coi piedi per terra, addirittura facendo sparire il violino, non accettando i regali che continuavano ad arrivare dal nord. E portando il figlio a dover scegliere di scappare di casa. Peraltro, dopo un paio di anni lei ha pure avuto un altro figlio, non ci ha messo molto a rimpiazzarlo. Quando Amerigo scappa, la storia fa un salto di quasi 50 anni perchè si arriva al 1994. Quello che è successo nel mezzo è solo accennato ogni tanto. E' vero che non poteva raccontare tutto quello che è successo, ma il salto è veramente tanto e ciò che tiene banco è il tormento che Amerigo si porta dietro nel tornare a casa perchè la madre è morta. E' una parte che cambia completamente stile narrativo. Non è più un bambino che parla, ma un uomo di quasi sessant'anni, che ancora si inventa una vita diversa quando gli fanno domande. Rivede Tommasino, che è diventato giudice minorile, aiutato a distanza dal padre "baffone" del nord. Rivede Maddalena, colei che lo aveva accompagnato al nord, che è stata un po' disillusa dai comunisti, che non si dedicano più alla "so-li-da-rie-tà" come recitavano negli slogan. Rivede Capa 'e fierro, l'amante della madre, che non si capisce se lo ha riconosciuto o meno e non si capisce per quale motivo venga fatto il collegamento tra gli occhi blu suoi e quelli di Amerigo (è forse suo padre?). Trova il figlioletto del fratello, e Maddalena prima gli chiede di prendersene cura perchè entrambi i genitori sono in galera, ma poi, quando lui si convince a fare questo passo, alla madre vengono concessi i domiciliari proprio per il bambino. Questa seconda parte mi è piaciuta meno. 
Mio voto: 7 / 10

Il latte della madre - Nora Ikstena


Titolo originale: Mātes piens (2015)
Titolo in inglese: Soviet milk

Lettonia, ottobre 1944: dopo un'occupazione durata più di tre anni le truppe hitleriane si ritirano e l'Armata Rossa entra a Riga. Questo romanzo a due voci inizia da qui. A dipanare la storia una madre e una figlia nei cinquant'anni che seguono la Seconda guerra mondiale, il loro rapporto intenso e tormentato, segnato dalla depressione materna e dal tentativo di arrestarne la tendenza autodistruttiva. A loro si aggiunge una terza figura femminile, la nonna, che vive nel racconto delle altre due, una narrazione che si snoda tra Riga, Leningrado e la campagna lettone parlandoci di memoria collettiva ed emancipazione femminile. Simbolo dell'epoca e dell'oppressione che grava sul destino di ognuno è il latte che, negato dalla madre alla propria figlia nei suoi primi giorni di vita, non è più linfa vitale ma un liquido amaro, disgustoso. Solo col tempo il latte riuscirà ad avere un sapore più dolce... (ibs)

La storia della vita in Lettonia, dalla fine dell'occupazione nazista, al dominio russo, alla caduta del muro di Berlino nel 1989 attraverso le vite di due donne (e della nonna in sottofondo). Un romanzo in cui si alternano due voci. La prima è quella della madre, brillante ginecologa poco propensa a sottomettersi alle direttive del partito, costretta ad "esiliarsi" nella campagna lettone perchè ha pestato i piedi a qualcuno; una donna che ha sempre sofferto di depressione e che nel momento del parto decide di non allattare la figlia perchè convinta che il suo sia un latte cattivo e non le vuole trasmettere il male che si porta dentro. L'altra è la voce della figlia, una bambina all'inizio del romanzo, abituata a vivere con la madre e i nonni, che si trova da sola a dover star dietro ad una madre che cerca in ogni modo di non vivere. 
A queste due voci si aggiunge, di riflesso, la vita della nonna, che ha chiuso la sua bambina in una valigia per nasconderla ai nazisti, e che rimane vedova perchè il marito si oppone all'abbattimento di alcuni alberi e viene ucciso. Si risposa con un uomo che, più tardi, racconterà alla bambina cosa è successo in quegli anni in cui la Lettonia era uno stato indipendente.

Il romanzo mi è stato un po' ostico all'inizio perchè non avevo capito che si alternavano le vicende di due donne diverse. Una volta capito questo, e capito chi delle due stava parlando (perchè molte volte viene narrata la stessa vicenda dai due punti di vista) in realtà è un romanzo molto interessante, anche dal punto di vista storico. La Lettonia ha sempre mal sopportato il fatto di dover essere sottomessa alla Russia, così come la madre ha sempre mal sopportato di non poter fare il suo lavoro come voleva lei. Si ritrova a lavorare in un paese sperduto della campagna lettone, dove pratica aborti sulle donne che non dovevano avere figli (perchè per gli uomini questo è un problema delle donne), e aiuta ad avere figli alle donne che non riescono ad averne. La credono una che può fare miracoli. Finchè un giorno arriva in ambulatorio Jese, uno "scherzo del destino" che nessun medico ha mai voluto visitare prima perchè ha i genitali da donna e il petto da uomo; e la madre è dispiaciuta di non poter fare nulla per lei, lì in mezzo alla campagna, mentre se lavorasse a Leningrado forse avrebbe potuto aiutarla a diventare donna del tutto. Ma Jese le sarà incredibilmente grata anche solo per averla considerata una persona e non un mostro, infatti le rimarrà accanto prima come donna delle pulizie e poi come amica.
Attraverso i racconti del "nonno", anche la bambina si renderà conto che davvero esisteva uno stato lettone, e la aiuterà a capire parte della sofferenza della madre. Anche la bambina, a scuola, sarà costretta a subire delle angherie dai professori che la vogliono studiosa ma seguace solo di ciò che decide la Russia, senza pensieri personali.
Dicevo, una volta che ho capito il meccanismo del libro, la lettura è stata piuttosto scorrevole e coinvolgente.
Mio voto: 8 / 10

martedì 7 dicembre 2021

Il piccolo villaggio dei sopravvissuti - Peter Duffy


Titolo originale: The Bielski Brothers: The True Story of Three Men Who Defied the Nazis, Built a Village in the Forest, and Saved 1,200 Jews (2003)

Nell’estate 1941, tre fratelli assistono inermi alla deportazione della propria famiglia, una scena agghiacciante che purtroppo si ripeterà migliaia di volte durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma, anziché arrendersi o scappare il più lontano possibile, i tre ragazzi – Tuvia, Zus e Asael Bielski – decidono di disobbedire ai nazisti e resistergli, ingaggiando un’insolita forma di guerriglia. Sfruttando la loro profonda conoscenza delle foreste della Polonia, riescono infatti a costruire un campo segreto tra la fitta boscaglia e a convincere a poco a poco tutti gli altri ebrei della zona a nascondersi in questo strano rifugio. Così, giorno dopo giorno, i fratelli Bielski daranno vita a quella che è stata definita la “Gerusalemme dei boschi”, la più grande operazione di salvataggio di ebrei da parte di altri ebrei della Seconda Guerra Mondiale. E, dopo due anni e mezzo di vita nella natura, i membri di questa comunità – ben 1.200 ebrei – potranno uscire sani e salvi dalla foresta, dopo che l’Armata Rossa avrà messo in fuga i nazisti. (ibs)

Il libro è tratto da una storia vera. Siamo abituati a sentir parlare di Schindler e altri personaggi che aiutarono gli ebrei durante il nazismo, mentre il riconoscimento a questi fratelli bielorussi è arrivato quando ormai erano in tarda età. In realtà anche un quarto fratello, quattordicenne all'epoca dei fatti, partecipò come staffetta, ma i tre che vengono citati sono quelli che presero il comando del gruppo partigiano che, oltre a tenere in salvo dei civili inermi, ingaggiavano la guerriglia contro i tedeschi, al fianco dei russi che volevano riconquistare il territorio.
Il modo di comportarsi dei fratelli Bielski non piacque a tutti, infatti erano piuttosto autoritari e, per alcuni, presuntuosi, tant'è che provarono a sorgere dei gruppi che avrebbero voluto estrometterli dal potere. Senza riuscirci però. 
Non voglio dilungarmi a parlare della trama del libro perchè non posso giudicare una storia veramente successa. Si tratta di un documento storico di una vicenda che io, sinceramente, non conoscevo. A volte le scorribande dei partigiani hanno portato ripercussioni tedesche sui civili non ebrei e, in un paio di episodi, credo che Tuvia abbia tirato fuori la pistola con un po' troppa furia. Ma è difficile immedesimarsi in quello che può essere stata la situazione.
La cosa che proprio non mi è piaciuta è lo stile narrativo del libro. Ammetto che credevo fosse un romanzo, ma non è così. E' un resoconto abbastanza giornalistico delle vicende, intervallate a volte da interviste che lo scrittore ha fatto ai personaggi dell'epoca. E' un po' come ascoltare un documentario, e sinceramente mi ha reso la lettura molto noiosa in diversi punti.
Interessante per chi ama la storia nuda e cruda, senza fronzoli. Gli rendo sicuramente il merito di essere un buona testimonianza.
Mio voto: 6 / 10

venerdì 3 dicembre 2021

L'ultimo amore di Baba Dunja - Alina Bronsky


Titolo originale: Baba Dunjas letzte Liebe (2015)
Titolo inglese: Baba Dunja's Last Love

Baba Dunja è tornata a casa. Le radiazioni nucleari non le hanno impedito di rimettere piede per prima nel paese natio (a due passi da Chernobyl). Qui, insieme a poche anime che si sono via via aggiunte, si tenta di ricominciare a vivere. Perché la vita è ancora bella, nonostante l'età e nonostante intorno ci siano frutti di bosco dalle forme strane, uccelli particolarmente chiassosi, ragni che tessono instancabili le loro tele e persino lo spirito di qualche morto che si affaccia in strada per una chiacchierata. Le giornate scorrono per il malato Petrov che legge poesie d'amore sulla sua amaca, per la corpulenta Marja che non sa dire addio al proprio gallo Konstantin, per Baba Dunja che scrive lettere alla figlia Irina, chirurgo in Germania, fino a quando uno straniero arriva in paese con la sua bambina e il tran tran della piccola comunità viene sconvolto. (ibs)

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla trama

Baba Dunja è una vedova che "non ha più ottantadue anni" e che appena ha potuto è tornata a Cernovo (un paese ucraino poco lontano da Chernobyl) a casa sua, nonostante il disastro nucleare suggerirebbe di star lontani da quel territorio contaminato. Ma lei è nata lì e lì è casa sua. E' stata la prima a tornare, dopo di lei sono tornati altri abitanti. Adesso lì sono meno di una decina di abitanti, oltre agli animali e i fantasmi di chi è morto.

"Se c'è una cosa di Cernovo che non baratterei nemmeno con l'acqua corrente e una linea telefonica, è la questione del tempo. Da noi il tempo non esiste. Non esistono nè termini nè scadenze."

Baba Dunja ha due figli, uno vive in America (e di lui parla pochissimo) mentre la figlia Irina è medico in Germania. Irina ha una figlia (circa diciottenne), Laura, che però non ha mai visto la nonna.
La vita a Cernovo prosegue tranquilla, ogni tanto Baba Dunja si reca in città a fare spesa, andare in banca (a ritirare la pensione perchè non si fida delle banche) e in posta (dove trova sempre lettere e pacchi di Irina). Una volta trova addirittura una lettera di Laura, ma purtroppo non conosce la lingua con cui è stata scritta.
Un giorno a Cernovo arriva un padre con la figlioletta. Gli abitanti si chiedono per quale motivo vogliono vivere proprio in quel posto da cui tutti stanno lontani, finchè scoprono (dal fantasma di Jegor, il marito di Baba Dunja) che il padre ha portato lì la bambina perchè vuole vendicarsi della moglie da cui sta divorziando. Baba Dunja esce dai gangheri e lo affronta a muso duro; in una colluttazione tra i due, un altro abitante del villaggio uccide l'uomo fracassandogli il cranio con un'accetta. La madre della bambina viene avvisata e torna a casa con lei, ma la polizia è costretta a non far finta di niente e redigere il verbale dell'omicidio, senza però scoprire chi è stato. Le cose riprenderanno a scorrere normalmente, al villaggio ci sarà addirittura un matrimonio e proprio durante la festa del matrimonio la polizia irrompe in paese e arresta tutti gli abitanti. 
Dalla prigione, Baba Dunja scrive tante lettere alla nipote Laura, e, durante il processo, decide di prendersi la colpa dell'omicidio per scagionare tutti gli altri.
Baba Dunja trascorre le giornate cucendo federe, mentre la figlia dalla Germania cerca in ogni modo di tirarla fuori di prigione, soprattutto dopo che un ictus la fa finire in ospedale. Nei pochi giorni in cui la figlia le sta accanto, Baba Dunja scopre che Laura non è la ragazzina deliziosa coi capelli biondi che ha sempre immaginato lei bensì una ribelle coi capelli rasati a zero che è scappata di casa. 
Il giorno dell'anniversario della Costituzione, il presidente decide di concedere la grazia ad alcuni criminali, tra cui Baba Dunja che nonostante le sia stato organizzato il trasferimento in Germania, decide di tornare nell'unico posto che può chiamare casa.

E' un libro che si legge molto in fretta. Baba Dunja è una di quelle nonne che non si fanno abbattere da nulla e che hanno sempre una soluzione per ogni problema. Non si fida delle banche e conserva i suoi risparmi in un barattolo a casa propria, nella speranza di lasciarli alla nipote Laura, che lei crede un'angelica creatura e che invece è una ribelle.

"Penso a Laura. Penserò sempre a Laura. Penso a come sarebbe stato bello se durante il viaggio avessimo sorpassato 'autobus e se lì sopra ci fosse stata una ragazza bionda. Per esempio una ragazza bionda tatuata, con i capelli cortissimi. Lei sarebbe scesa e io l'avrei presa per mano e l'avrei portata a casa. Ecco cos'è sempre mancato a questa ragazza. Non ha mai avuto una casa, perchè io non ho insegnato a sua madre a stare bene nella vita. Io stessa l'ho imparato troppo tardi"

E' un libro in cui si mischiano la realtà con alcuni elementi di fiaba, tipo i fantasmi dei morti che camminano per le strade coi vivi, il marito di Baba Dunja che le continua a parlare, il gallo di Marja che è stato messo in pentola e che ancora continua a farsi vedere sulla staccionata.
Ci sono alcuni momenti divertenti, come la richiesta di matrimonio di Sidorov a Baba Dunja (ma poi non sposerà lei). Ci sono momenti di malinconia soprattutto quando Baba Dunja riflette al suo rapporto coi figli, uno completamente sparito, mentre Irina le scrive costantemente e le manda pacchi di roba varia. 

"Ho scritto a Irina che non mi manca niente. Quasi niente. Ovvio, può mandarmi i semi dei fiori che crescono dalle sue parti, se vuole farmi conoscere qualcosa di nuovo. Ma non deve provvedere al mio sostentamento direttamente dalla Germania. Poi ho capito che questi pacchetti servono molto più a lei che a me. Da allora mi limito a ringraziare e a esprimere qualche richiesta di tanto in tanto. Per esempio gli orsetti gommosi e un nuovo pelapatate".

Una bella storia, un misto tra fiaba e realtà spaventosa. Un libro semplice ma con tanti contenuti.
Mio voto: 8 / 10

martedì 30 novembre 2021

Le cattive - Camila Sosa Villada


Titolo originale: Las malas (2019)

Camila non ha ancora vent'anni quando si affaccia per la prima volta sulla zona più buia del Parco Sarmiento. Camila è una donna che ama, soffre, lotta. Camila è Cristian, un bambino che si prova di nascosto i vestiti della madre, i rossetti, gli orecchini, e trema alle sfuriate del padre. Camila è destinata a fare la puttana, a morire buttata in un fosso, così le hanno detto, così le hanno augurato. Questa è la storia di Camila e del gruppo di donne trans che diventerà la sua famiglia: c'è La Zia Encarna, madre protettrice con i seni gonfi di olio motore, c'è María la Muta, che sogna di volare, c'è La Machi, capace di curare ogni male. Ci sono le notti senza fine, le botte dei clienti, gli insulti, le fughe dalla polizia. C'è la scoperta di sentirsi diversi, il rifiuto dei genitori, la solitudine, la povertà. C'è un'ironia caustica, c'è tutta la gioia di un'identità finalmente propria e la voglia di vivere di un corpo che rinasce, che fiorisce. (ibs)

Se dovessi usare due soli aggettivi per descrivere questo libro, lo definirei crudo e toccante.
Il libro ha diversi riferimenti autobiografici dell'autrice (mentre altre parti sono romanzate), e ci parla dell'infanzia in cui Cristian scopre di non trovarsi bene nel corpo di un uomo, comincia ad avere i primi rapporti con altri uomini in un piccolo paese dove tutti sanno tutto di tutti. Da qui ad un certo punto deve scappare, anche da una famiglia per la quale è una vergogna, e si ritrova al Parco Sarmiento, zona in cui lavorano le donne trans e dove viene immediatamente accolta in questa stravagante famiglia dove però c'è affetto e aiuto reciproco. 
Camila non avrebbe mai voluto diventare una prostituta, ma quello è l'unico lavoro che una come lei riesce a trovare. E la vita di una trans non è per niente facile perchè ovunque va si attira gli sguardi (molto spesso sprezzanti) della gente, anche quando fa di tutto per passare inosservata. E c'è un grande odio di fondo che le trans provano per la gente "normale", gente spesso ipocrita perchè capace di insultarti di giorno e poi venirti a cercare di notte per fare sesso. E' una vita piena di pericoli, perchè spesso i clienti pensano di poter fare di loro quello che vogliono, e il rischio di venir picchiate è alto (oltre al discorso delle malattie..). In un contesto dove spesso gira anche droga e alcool a fiumi.
Le trans del Parco Sarmiento sono solidali l'una con l'altra, si aiutano, si tengono d'occhio. Qualcuna ha la fortuna di avere un fidanzato che accetta la loro condizione e la loro professione. Altre cercano per tutta la vita un amore che non arriverà mai. 
Un giorno al Parco Sarmiento, le trans trovano un bambino abbandonato. Sanno che dovrebbero portarlo alla polizia, ma una di loro, La Zia Encarna, quella che è un po' la madre di tutte loro, decide di tenerlo perchè quel bambino è arrivato lì per lei. Per quel bambino smetterà di lavorare, arriverà a rivestirsi da uomo per poterlo portare a scuola, fingendosi il padre, ma questo attirerà la cattiveria della gente fino ad una tragica conclusione.
Il libro mostra le vite di questo gruppo di donne che vivono nella paura, e accanto a loro ci vengono mostrati gli uomini che le frequentano, chi per abusarne e chi per vero affetto.
Ho letto questo libro per il gruppo di lettura online. La lettura è molto scorrevole, nonostante la crudezza di alcuni episodi, nonostante la profondità di alcune riflessioni che sono un pugno nello stomaco. Allo stesso tempo, il libro è pieno anche di momenti teneri.
Lo consiglio. Anche per ricordarsi, ogni tanto, che a volte dovremmo mettere da parte i pregiudizi e provare a vedere la situazione che sta dietro alla persona che abbiamo davanti.
Mio voto: 8 / 10

lunedì 29 novembre 2021

Sostiene Pereira - Antonio Tabucchi


Titolo originale: Sostiene Pereira (1994)
Titolo inglese: Pereira Maintains

Agosto 1938. Un momento tragico della storia d'Europa, sullo sfondo del salazarismo portoghese, del fascismo italiano e della guerra civile spagnola, nel racconto di Pereira, un testimone preciso che rievoca il mese cruciale della sua vita. Chi raccoglie la testimonianza di Pereira, redatta con la logica stringente dei capitoli del romanzo, impeccabilmente aperti e chiusi dalla formula da verbale che ne costituisce il titolo: Sostiene Pereira? Questo non è detto, ma Pereira, un vecchio giornalista responsabile della pagina culturale del "Lisboa" (mediocre giornale del pomeriggio) affascina il lettore per le sue contraddizioni e per il suo modo di "non" essere un eroe. (ibs)

Il romanzo è ambientato a Lisbona nel 1938, nel pieno del regime dittatoriale salazarista mentre la guerra inizia ad ammorbare l'Europa. Il dottor Pereira è un giornalista che ha abbandonato le rubriche di cronaca nera per dirigere la rubrica culturale di un quotidiano pomeridiano, il Lisboa. E' un uomo solitario e tranquillo, dedito solo alla letteratura, con una particolare predilezione per quella francese, e ha l'abitudine di parlare col ritratto di sua moglie, morta qualche anno prima di tisi. Pereira è obeso, cardiopatico e praticamente tutti i giorni pranza al Café Orquidea ordinando sempre le stesse cose, omelette alle erbe aromatiche e limonata.
Un giorno Pereira, leggendo un brano tratto da una tesi di laurea che parla della morte, ne resta piacevolmente colpito e decide di contattare l'autore per offrirgli un posto come collaboratore della rubrica da lui curata. L'autore, un giovane di origini italiane di nome Francesco Monteiro Rossi, accetta senza titubanze. Pereira lo prende così in prova, proponendogli di scrivere dei "coccodrilli" cioè dei necrologi anticipati di personaggi celebri ancora in vita, in modo che siano pronti per pubblicarli in caso di morte improvvisa del soggetto. Monteiro Rossi, tuttavia, propone necrologi di personaggi come D'Annunzio o Marinetti dei quali attacca soprattutto l'adesione al fascismo. Ovviamente, a causa del contenuto fortemente politico e avverso al regime, Pereira si rende conto che non sono pubblicabili.
Tuttavia, Pereira rimane in qualche modo coinvolto da questo ragazzo, paragonandolo spesso al figlio che non ha mai avuto, capisce che si sta cacciando nei guai, influenzato anche dallo spirito rivoluzionario della fidanzata Marta, e decide di non licenziarlo ma di pagarlo di tasca propria.
Poco tempo dopo Pereira si prende una settimana di ferie per curare la sua cardiopatia presso la clinica talassoterapica di Parede, dove conosce il dottor Cardoso, al quale confida il senso di inquietudine che prova da un po' di tempo e Cardoso gli espone una teoria ipotizzata da psicologi francesi: la teoria della confederazione delle anime. Secondo tale teoria, ogni persona non ha una sola anima ma una confederazione di anime tra le quali ne domina una, un io egemone, e talvolta può accadere che una di queste anime si rafforzi al punto da spodestare l'io egemone e prendere il sopravvento, determinando così una vera e propria metamorfosi; l'inquietudine di Pereira potrebbe essere quindi il preludio di un grande cambiamento. Cardoso gli dice anche di uscire dal passato e provare a vivere nel presente.
Pian piano, Pereira inizia a prendere consapevolezza della realtà del regime in cui vive, tutte cose cui non aveva fatto molto caso, isolato com'era dalla vita reale. Un giorno Monteiro Rossi, che aveva cercato rifugio nella casa di Pereira, viene interrogato, picchiato e ucciso da due loschi individui che si dichiarano uomini della polizia politica. Da questo delitto Pereira trarrà la forza per agire: con uno stratagemma azzardato (chiede al dottor Cardoso di fingersi un funzionario della censura che dà il consenso alla pubblicazione dell'articolo quando Pereira gli telefonerà dalla tipografia), riesce a far pubblicare sul giornale quello che è insieme il necrologio di Monteiro Rossi e un articolo di denuncia verso il regime, costruito con sottile e sapiente ironia. Subito dopo prepara la valigia e fugge dal Portogallo. Da intellettuale abitudinario e pigro, Pereira arriva a compiere un gesto di ribellione al regime, che diventa un importante momento di riscatto.

Il libro parte un po' lento al punto che mi stavo chiedendo se proseguire o cercare qualcos'altro che parlasse del Portogallo. Poi ho proseguito ed, in effetti, diventa molto interessante. Pereira, pur essendo un giornalista, non si interessa a nient'altro che non sia la letteratura. Ciò che succede nella sua città lo scopre da alcune scarne conversazioni col barista del Café Orquidea, almeno finchè non irrompe nella sua vita Monteiro Rossi e, a poco a poco, si fa totalmente coinvolgere da questo ragazzo che potrebbe essere il figlio che non ha mai avuto. Il colpo finale, in cui riesce a beffare il tipografo e la censura, è qualcosa di spettacolare, un vero e proprio riscatto di un uomo che finalmente prende consapevolezza della situazione politica e si schiera apertamente contro, uscendo anche dall'anonimato con cui scriveva i suoi articoli culturali. 
Sarà stato fatto apposta, ma mi ha dato un po’ fastidio il verbo “sostiene” ripetuto migliaia di volte.
Da quello che ho capito, il libro prende spunto da una storia realmente esistita.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

mercoledì 24 novembre 2021

Tre giri di chiave - Walter Serra


Titolo originale: Tre giri di chiave (2014)
 
Gabriele Casadei è il direttore di una piccola banca locale, nella Repubblica di San Marino. È un ragazzo giovane, bravo e responsabile sul lavoro, ha un sacco di amici, ma soprattutto ha una ragazza, Monica Melandri, di cui è molto innamorato. Una mattina, mezz'ora prima che suoni la sveglia, Gabriele viene destato dal campanello di casa: chi lo vuole a quell'ora? È la polizia, che irrompe nell'appartamento accusandolo di essere l'assassino di Monica, che lui aveva lasciato addormentata sul divano dell'appartamento di lei solo poche ore prima. Così, Gabriele si ritrova sbattuto all'improvviso dentro a un incubo di cui non vede la fine, solo, ad affrontare rimorsi e angosce nella sua minuscola cella. Solo, ma non rassegnato. (ibs)

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla trama

Credo di inserire questo libro nella (mia) categoria "libri con storia interessante ma...".
Gabriele sta con Monica da sei mesi, sono innamoratissimi. Una mattina lei viene trovata accoltellata in casa. La polizia è stata chiamata dalla vicina di casa che ha notato del sangue sulla maniglia della porta.
L'ultima persona a vederla viva è stato proprio Gabriele, il quale però continua a dichiararsi innocente perchè la amava da morire, non le avrebbe mai fatto questo ed è affranto dal sapere cosa le è successo. Oltretutto, avendo bevuto un po’, ha la memoria un po’ offuscata. Eppure le prove portano solo a lui. L'arma del delitto, un coltello che lei teneva in un ceppo in cucina, viene ritrovato nel cortile di lui, ovviamente solo con le sue impronte sopra (peraltro ti viene da chiederti quale pirla lancerebbe l'arma del delitto nel proprio giardino?). Gabriele finisce nelle carceri di San Marino, dove si rode dal dolore e dal fatto di non sapere come proseguono le indagini. Il commissario incaricato, in effetti, non è che si dia tanto da fare, per lui il caso è risolto. Solo un paio di secondini provano ad aiutare Gabriele a trovare alcuni indizi. Gabriele è assolutamente convinto che il colpevole sia la vicina di casa, Marika, quella stessa vicina che ha visto il sangue sulla porta e che ha detto ai poliziotti che li sentiva spesso litigare (e non era vero).
Il libro è pieno di situazioni abbastanza improbabili, dalla poliziotta che lo possiede durante un temporale, a lui che scappa dall'ospedale col camice e gli stivali di gomma attraverso un condotto delle luci, diventa una specie di rambo che si nasconde nei boschi, arriva a scoprire che Marika fa da palo ad un'organizzazione che spaccia droga e diventa quasi l'eroe della storia. Senonchè, probabilmente tutto questo pezzo della vicenda è inventato (e non capisco da quando in realtà..). Il finale è confuso, perchè alla fine, comunque, in carcere ci va lui. (giuro, non ho capito se la vicenda della villetta della droga è vera o meno!)
Poi c'è una seconda parte. Il libro riprende da vent'anni dopo, quando Gabriele è già uscito di prigione, si è trasferito a Rimini e lavora alle ferrovie, ogni tanto come controllore e più spesso all'ufficio degli oggetti smarriti. Ad un certo punto conosce una ragazza che si chiama Lara, che ad un semaforo sta fermando le macchine chiedendo aiuto perchè la nonna non risponde al telefono. Nessuno la aiuta, tranne Gabriele, che ora è diventato un buon samaritano (in realtà non era una persona cattiva nemmeno prima) e decide di dare credito alla ragazza accompagnandola dalla nonna. La signora in effetti sta male, chiamano l'ambulanza e riescono a salvarla. Ne nasce una storia con questa ragazza un po' schizzata, che lo vuole ma non lo vuole, che lo ama ma non sa se lo ama. Questa ragazza si scopre essere bisex ed ha una storia con una ragazza di colore manesca che non ha gradito molto il fatto di essere stata tradita con un uomo. Ne nasce uno strano triangolo, grazie al quale Gabriele si rende conto di cosa non aveva capito di Monica e Marika. A quel punto verrà fuori la verità e il commissario dovrà ammettere che il caso di Gabriele è stato un caso di errore giudiziario.

Non è stato facile trovare un libro ambientato a San Marino, ma ci sono riuscita e questo è, non solo ambientato a San Marino, ma anche scritto da uno scrittore sammarinese.
L'idea dell'errore giudiziario è interessante, e probabilmente capita anche più spesso di quello che viene fatto sapere. Tuttavia la trama mi è sembrata un po' troppo "cinematografica" e con delle situazioni proprio di dubbia credibilità.
Personalmente, come dicevo, non ho capito se la sparatoria alla fine della prima parte c'è davvero stata o meno. Ma va beh, non ha cambiato il fatto che in galera ci è comunque finito e che la polizia non è presa molto la briga di cercare altre piste, anche laddove gli indizi erano un po' dubbi.
La seconda parte immagino che sia la scusa per far capire a Gabriele il tassello mancante del caso (peraltro ipotizzabile anche prima...) e per fargli capire che, nonostante il dolore, la vita è andata avanti e deve ricominciare a vivere anche lui.

Lettura carina ma non mi ha entusiasmato purtroppo. Al di là di alcuni elementi esagerati nella trama, l’idea di base è interessante ma è la scrittura che non mi ha trasmesso le emozioni che avrebbe potuto.
Mio voto: 6 e mezzo / 10.

w…w…w…wednesdays #178

  "w…w…w…wednesdays" è una rubrica con la quale posso aggiornarvi sulle mie letture attuali, passate e prossime.  


Non è detto che gli aggiornamenti siano settimanali, perché non sempre leggo un libro in una settimana eh eh…
Ovviamente, se vi va, sono ben accetti i vostri interventi per condividere con me le vostre letture ;-)

Partecipare è facile, basta rispondere a queste domande:
1) cosa stai leggendo?
2) cosa hai appena finito di leggere?
3) quale pensi sarà la tua prossima lettura? 

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Le mie risposte (178^ puntata - mercoledì 24 novembre 2021)


1) cosa stai leggendo? 
- le cattive - Camila Sosa Villada

2) cosa hai appena finito di leggere? 
- Atti di sottomissione - Megan Nolan
- Tre giri di chiave - Walter Serra

3) quale pensi sarà la tua prossima lettura?  
- a grandezza naturale - Erri De Luca
- l'ultimo amore di Baba Dunja - Alina Bronsky


lunedì 22 novembre 2021

Tre cavalli bai - Margita Figuli


Titolo originale: Tri gaštanové kone (1940) 
Titolo in inglese: Three Chestnut Horses 
 
"A me personalmente, però, è più caro il romanzo Tre cavalli bai, che racconta un lungo quanto drammatico e doloroso amore, ambientato nella mia regione" dichiarava la slovacca Margita Figuli in un'intervista di qualche anno fa sulle ragioni della sua letteratura. Sullo sfondo di una vita di frontiera, in paesaggi aspri e montani, popolati di contrabbandieri di cavalli, vagabondi, avventurosi mercanti, viaggiatori e contadini dall'esistenza stentata, osti e osterie che funzionano come stazioni di posta di una specie di Spagna continentale centroeuropea (o di Sicilia centrale e mineraria, o di Portogallo settentrionale, a forzare la fantasia: ma, come insegnano gli storici della lunga durata, ogni regione europea è una specie di riassunto regolare di tutto il continente), si svolge l'amore di Peter e Magdalèna. Ed è un amore aspro netto ed estremo, nobile e sensuale come il paesaggio e l'ambiente da cui prende vigore il dramma. (goodreads)

ATTENZIONE: contiene spoiler sul finale

Peter e Magdalèna sono amici fin da quando sono piccoli. Lui aspetta solo che lei cresca abbastanza per poterla chiedere in moglie, perchè da sempre è lei che ama con tutto il cuore. Nel frattempo, lavora come venditore di legname e deve viaggiare per il paese, quindi viene considerato un vagabondo.
Una sera rientrando dalla frontiera polacca, si imbatte in due contrabbandieri di cavalli. Uno è Jozko Gregus, cugino di Magdalèna, l'altro è Jano Zàpotocny un ricco proprietario terriero che sta per chiedere la mano di Magdalèna. Quest'ultimo è veramente un becero e disgustoso personaggio, che la sera prima di fidanzarsi non si fa problemi ad andare a trovare la sua amante. 
Quando arrivano tutti e tre a casa di Magdalèna, il padre di lei accoglie molto affettuosamente Peter, e Jano è talmente geloso che cerca di far del male al suo cavallo, ma Peter lo ferma in tempo. Tuttavia, quella sera, Magdalèna ha un incidente proprio nelle stalle e Peter, che arriva in suo soccorso, reputa sia meglio portarla dentro casa della madre. La madre vede di pessimo occhio Peter, mentre vuole disperatamente che la figlia sposi Zàpotocny in quanto diventerebbe la massara più ricca del paese. Purtroppo Magdalèna farà di tutto per ritardare la decisione ma alla fine la perfida madre la costringerà ad accettare la proposta di Zàpotocny. 
Alla festa dei fuochi di San Giovanni, Peter e Magdalena riescono a rimanere soli e lui le confida il suo amore. Lei gli dice che rimanderà il matrimonio con Zàpotocny  il più possibile finchè lui non avrà costruito una casa per loro due e si manterrà pura per lui. Quella stessa sera c'è una zuffa tra Peter e Zàpotocny (che in realtà ha architettato una messa in scena proprio per farli stare soli e sentire le loro intenzioni) e lei dirà a Peter di andarsene. Si ritroveranno quando lui sarà pronto con la casa e quando lei vedrà tre cavalli bai attaccati insieme, là si incontreranno.
Peter torna al suo paese e con l'aiuto di due zii, riesce a edificare una casetta sulle ceneri di dove è bruciata quella dei suoi genitori. Lavora di giorno e poi si dedica alla casa dopo lavoro. Prima lavora in falegnameria poi quando la crisi lo porta ad essere licenziato, si dedica al commercio di cavalli. Non dandosi mai per vinto, riesce a sistemare la casa e a comprare i tre cavalli bai. A quel punto torna al Paese di Magdalèna, dove purtroppo scopre che lei è sposata con Zàpotocny e si scoprirà che la notte dei fuochi, dopo che lui è andato via, Zàpotocny  l'ha presa con la forza e quindi i genitori l'hanno costretta a sposarlo. Zàpotocny ha comprato dei cavalli facilmente imbizzarribili e costringe Magdalèna ad accudirli, riempiendosi di lividi. A sei mesi ha pure perso il bambino che aspettava. Questo schifoso individuo si diverte a frustare a sangue i cavalli costringendo lei a tenere la cavezza e sopportare il tutto. 
Quando Zàpotocny si trova davanti Peter, crede di aver visto un fantasma, e la sua cattiveria aumenta ancora. Prima Magdalèna si ammala e quasi è in punto di morte, e appena si riprende la costringe a tenere fermo un cavallo mentre lui gli sta marchiando la parola "vagabondo" sul corpo. Senonchè, quando appoggia il ferro rovente sull'unico occhio ancora sano, il cavallo impazzisce e lo prende a calci, uccidendolo sul colpo. A quel punto Magdalèna e Peter possono coronare il loro sogno d'amore, anche se lei avrebbe voluto mantenersi pura per lui, lui riesce a convincerla che l'unica cosa che importa è quello che vivranno insieme da quel momento in poi. 

"Magdalèna, dopo tanta stanchezza, mi si è assopita in braccio, e non voglio destarla. Sono felice che riposi; e che accanto a me abbia trovato la quiete dopo tutti quei giorni e quelle notti affannosi. E non chiesi altro, per me, se non che ciò che ci ha unito rimanga intatto per sempre fra di noi"

In realtà, raccontata così è una storia come tante altre. Leggerla è molto emozionante. Ho trovato questo libro per caso, cercavo qualcosa sulla Slovacchia, impresa non così facile. La lettura è scorrevole, si sente ciò che prova Peter, la sua speranza, il dolore, la forza d'animo di non darsi per vinto, l'immenso rispetto che ha nei confronti di Magdalèna. E soprattutto, pur avendone la possibilità di uccidere Zàpotocny, decide di non farlo per non vivere con questo peso addosso per il resto dei suoi giorni. 
Zàpotocny è un personaggio spregevole, per come si comporta con Magdalèna e coi cavalli, povere bestie. Altro personaggio sgradevole è la madre di Magdalèna, a cui interessano solo i soldi di Zàpotocny. Assolutamente nullo il padre di lei che lascia far tutto alla moglie. Mi è piaciuto anche il curato, che appare solo nelle ultime pagine e dice chiaramente a Zàpotocny  che se Magdalèna muore è stato lui ad ucciderla.
Davvero una gradita lettura, molto emozionante.
Mio voto: 8 e mezzo / 10

domenica 21 novembre 2021

Il gatto che viveva alla grande - Lilian Jackson Braun


Titolo originale: The cat who lived high (1990) 

L'ormai famoso trio investigativo Qwilleran, Koko e Yum Yum, creato dalla penna di Lilian Jackson Braun, é di nuovo in azione. Jim Qwilleran parte alla volta della grande città per tentare di salvare da una brutta sorte un lussuosissimo edificio, il Casablanca, sorto nel lontano 1901. Ma al Casablanca c'é qualcosa di strano, qualcosa di sinistro che pare gravare sul palazzo e su alcuni dei suoi "eccentrici" inquilini. Qwilleran decide di darsi da fare e, con l'aiuto dei suoi due gatti, inizia a investigare per capire che cosa é successo e che cosa sta per succedere al Casablanca. Un'altra avventura originale, ingegnosa, insolita e... misteriosa, che non mancherà di riscuotere successo e simpatia. (goodreads) 

 Il libro si apre con la notizia che "Giù in basso" qualcuno ha sparato a Jim Qwilleran mentre stava guidando e che lui è morto carbonizzato nell'auto che ha preso fuoco. Mentre tutti a Pickax sono disperati, la narrazione riprende da qualche tempo prima, quando Qwill ha deciso di andare, appunto, nella sua precedente città perchè una vecchia conoscenza gli chiede di far sì che la fondazione Klingenshoen si prenda a cuore questo palazzone chiamato "Casablanca", famosissimo in tutta la città, un tempo casa di ricchi personaggi e ora abitazione di una umanità variegata, tra cui una misteriosa contessa, figlia di colui che realizzò il palazzo nel 1901. Nonostante tutti gli dicano di non andare perchè la città è troppo pericolosa, Qwill decide diversamente perchè non ne vuole sapere della neve che sta per arrivare a Pickax.
Il Casablanca è l'unico albergo che accetta gatti, e gli viene assegnato l'appartamento all'ultimo piano (il quattordicesimo, che poi sarebbe il tredicesimo ma per scaramanzia i piani passano dal dodicesimo al quattordicesimo). In questo appartamento, pochi mesi prima, la gallerista d'arte che lo abitava è stata uccisa, cosa che Koko scopre subito. Dell'omicidio è stato accusato il suo protetto (appassionato pittore di funghi) che subito dopo si è suicidato buttandosi giù dal tetto. Ma Koko non è d'accordo con questa teoria.
Tutta la storia parla della curiosità di Qwill per questo palazzo, al punto da cominciare ad avere l'idea di fare un vero libro che lo racconti, mentre riesce a convincere la fondazione Klingenshoen a deliberare di acquistarlo per restaurarlo e portarlo agli antichi albori, strappandolo di mano agli speculatori edilizi che già lo vedono raso al suolo e sostituito da un complesso più moderno. Ma le cose finiranno diversamente, mentre Qwill (o Koko...) riesce a scoprire davvero chi ucciso Dianne.

Il libro si legge bene, anche se è pieno di dettagli e descrizioni di stili architettonici e altre cose e del delitto si parla relativamente poco. Mi piace Koko che dà i suggerimenti a Qwilleran giocando a scarabeo e combinando disastri in casa. E' carino, anche se molto triste, il personaggio della contessa che è rimasta ferma agli anni venti. 
Non è proprio chiarissima la soluzione del caso e il perchè abbiano rubato la macchina di Qwill (immagino sia stato un caso fortuito e basta..).
Qwill ha anche il tempo di riflettere sul suo rapporto con la grande città, e si rende conto che gli manca Pickax con tutti quei suoi abitanti a cui ormai si è affezionato.
Mio voto: 6 e mezzo / 10


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Serie "Il gatto che...":

2) Il gatto che mangiava i mobili  
3) Il gatto che accendeva il registratore  
5) Il gatto che amava Brahms 

domenica 14 novembre 2021

Addio a Wilbur Smith

13 novembre 2021.
Wilbur Smith, è venuto a mancare all’età di 88 anni a Cape Town, in Sudafrica.
A dare notizia della morte è stato il suo sito: “Se n’è andato in modo inaspettato, dopo una mattinata di lettura e scrittura, con al fianco la moglie Niso”.

Scrittore bestseller, Wilbur Smith era amatissimo dal pubblico italiano. I suoi libri, venduti in milioni di copie nel mondo, nascevano da una profonda conoscenza personale del continente africano e di molti altri luoghi dove l’autore è vissuto.

Wilbur Smith era nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), ma era cresciuto e aveva studiato in Sudafrica. Si è dedicato a tempo pieno alla narrativa dal 1964.

Dopo i primi romanzi, usciti senza particolare successo presso altri editori italiani, nel 1980 la casa editrice Longanesi pubblicò "Come il mare", affermando Smith presso una vasta comunità di lettori. Sarà il primo di decine di romanzi di successo, storie avvincenti che spaziano dall’Asia all’Africa alle Americhe e dall’antico Egitto ai giorni nostri, veri e propri classici del genere.
Da pochi giorni HarperCollins ha pubblicato il suo ultimo romanzo, "Il nuovo regno".

Intervistato da Repubblica nel 2018, aveva raccontato: “Voglio essere ricordato come qualcuno che ha fatto divertire milioni di lettori“. E aveva anche parlato del rapporto con suo padre: “Mi ha insegnato tanto: sulla vita, sugli uomini, sugli esseri viventi, gli animali, gli uccelli, le piante. Ho capito che è lui l’origine di tutte le mie avventure“.

E in una precedente intervista, con Mangialibri aveva detto: “Nascere in Africa è stata di gran lunga la cosa più importante della mia vita. L’Africa è uno scrigno di tesori e di racconti, ha una disponibilità infinita di storie”. (illibraio.it)



Apprendo questa notizia con un po' di tristezza. Anni fa avevo letto alcuni dei suoi romanzi, tra cui la saga dei Courtney, quando probabilmente non ero ancora in grado di capire bene ciò di cui parlava. 
"Come il mare" fu il primo libro suo che lessi, scelto a caso perchè parlava di mare, appunto. Sono anni che avrei piacere di rileggerlo...

sabato 13 novembre 2021

Stardust - Neil Gaiman


Titolo originale: Stardust (1998)

In una fredda sera di ottobre una stella cadente attraversa il cielo e il giovane Tristan, per conquistare la bellissima Victoria, promette di andarla a prendere. Dovrà così oltrepassare il varco proibito nel muro di pietra a est del villaggio e avventurarsi nel bosco dove ogni nove anni si raccoglie un incredibile mercato di oggetti magici. È solo in quell'occasione che agli umani è concesso inoltrarsi nel mondo di Faerie. Tristan non sa di essere stato concepito proprio lì da una bellissima fata dagli occhi viola e da un giovane umano e non sa neppure che i malvagi figli del Signore degli Alti Dirupi sono anche loro a caccia della stella... (ibs)

Carino. Una favola, a mio parere con alcune parti non proprio da bambini e altre un po' splatter. 
Tristran è un ragazzo che rincorre una stella cometa caduta per poterla portare alla ragazza di cui è invaghito. E per fare ciò vivrà una serie di avventure sia prima di raggiungere la stella sia dopo quando la deve riportare al paese di Wall (e lei è costretta a seguirlo perchè avendole salvato la vita ora sono legati per sempre). Oltre a loro ci sono le vicende dei sette fratelli Stormhold e delle tre vecchie streghe che anche loro cercano la stella. Alla fine del libro si capirà come sono collegati tra loro.
Dicevo, il libro è carino. Gran bella idea però la lettura non è stata magica come avrebbe potuto. Ci sono parti in cui si dilunga su dettagli non particolarmente utili e altre in cui procede fin troppo spedito.
Il finale mi è parso un po' frettoloso (e intendo tutta la parte da quando ricomincia il mercato, quindi anche la storia dell'uccello della bancarella). Ovviamente, Tristran è un ragazzo buono e si rende conto che la stella è diventata per lui qualcosa di più di un trofeo.
Ho letto in alcune recensioni che il film è meglio.. non l'ho visto, ma magari provvederò.
Mio voto: 7 / 10

mercoledì 10 novembre 2021

Italia mon amour - Vladimir Lorcenkov


Titolo originale: Vse tam budem (2006)

Il piccolo villaggio moldavo di Larga è in preda a una mania collettiva: raggiungere l’Italia, il paese dove per tutti c’è la possibilità di un lavoro ben pagato e di un futuro felice. Gli abitanti del villaggio inseguono il loro sogno di benessere con qualunque mezzo: trattori volanti, crociate di massa, sommergibili a pedali, vendita di organi, camuffamenti collettivi… L’ossessione per un’Italia idealizzata (e purtroppo inesistente), via di fuga dalle disgustose condizioni di vita moldave, contagia tutta la nazione, dal contadino più povero fino alla massima autorità politica del paese, il presidente Voronin, che sogna di aprire una pizzeria in una cittadina del nord Italia.
Il romanzo ride e riflette sul sogno e la fuga, sui disagi e i desideri, e tanto più farà riflettere noi italiani, anche se i veri protagonisti sono i moldavi. Con spietata ironia la Moldavia è descritta come un paese senza speranza, ancora fermo a un’economia pre-industriale, dove le ragazze sognano di fare le colf nelle case italiane, e gli uomini di lavorare nei cantieri come manovali a nero. La trama si frantuma in tante piccole storie di sopravvivenza quotidiana e di tentata emigrazione: le fughe rocambolesche dei personaggi assumono forme esilaranti e macabre, ma i confini dell’Italia e dell’Unione europea, rappresentati dalla vicina Romania, si rivelano invalicabili per chi vive in quel pezzo di Europa orientale che sembra destinato all’oblio.
Riusciranno alla fine i due “eroi”, Serafim e Vasilij, che tentano di emigrare via cielo e via mare modificando la carcassa di un trattore, a portare nel nostro paese le due anime della Moldavia, quella artistica dell’umanista, innamorato della scultura di Michelangelo, e quella pratica del trattorista, che si commuove alla parola Fiat?   (atmospherelibri.it)

Sempre nel mio giro per l'Europa, ho trovato questo libro di autore moldavo e ambientato in Moldavia, che ha vinto il Russian Literary Prize (per libri di narrativa scritti in russo da autori che abitano fuori dalla Russia).
Il libro è un ironico, a tratti grottesco, ritratto della Moldavia, paese povero in cui un molte persone vedono l'Italia come il paradiso in terra, dove poter trovare lavoro, dove le città sono sicure e pulite. Ma non facendo ancora parte della UE, per i cittadini moldavi è quasi impossibile arrivare in Italia perchè le autorità non concedono il visto. Devono allora affidarsi a truffatori che dicono di poterli aiutare e invece spillano loro solo dei soldi senza farli uscire dal paese o, se ci riescono, ai cittadini espatriati vengono riservati lavori ignobili (tipo la prostituzione per le donne). Oppure lanciarsi in crociate che partono con pacifiche intenzioni e poi diventano una scusa per saccheggiare le città che attraversano.
Lorcenkov disegna uno scenario piuttosto degradato, ma pieno di persone che non si danno per vinte. E descrive la grossa corruzione delle autorità che dovrebbero aiutare i cittadini e invece non fanno nulla. 
Per qualcuno l'Italia è un sogno che coltiva fin da bambino, ed è disposto a provare ad arrivarci anche volando su un trattore o pedalando su un sottomarino improvvisato. Per qualcun altro l'Italia non esiste, è l'inferno, va conquistata per diffondervi la fede ortodossa.
Libro interessante. Con un fondo molto amaro, ma scritto davvero con ironia e scene al limite del grottesco, con dei personaggi fuori di testa.
Mio voto: 7 e mezzo / 10