sabato 25 dicembre 2021

Due vite - Emanuele Trevi


Titolo originale: Due vite (2020)

«L'unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti e cercare la distanza giusta, che è lo stile dell'unicità».
Così scrive Emanuele Trevi in un brano di questo libro che, all'apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, cosi propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l'aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l'ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell'unicità di questo libro non stanno nell'impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l'amicizia. Nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili, Rocco Carbone e Pia Pera appaiono, in queste pagine, come uniti da un legame fino all'ultimo trasparente e felice, quel legame che accade quando «Eros, quell'ozioso infame, non ci mette lo zampino».

Arrivata a circa metà libro, lo avrei voluto abbandonare. Pesantissimo. Noioso. Non lo sopportavo più. Sono andata avanti solo perchè è il libro del prossimo incontro del gruppo di lettura, se fosse stata una lettura libera l'avrei davvero abbandonato.
La storia, che poi non è una storia, ma una specie di "memoir", un ricordo nei confronti di due cari amici persi in circostanze drammatiche, poteva starci. Il problema è che se non conoscendo le persone di cui sta parlando, in realtà sono rimasta in superficie rispetto alle loro storie. 
Lo stile narrativo è ciò che mi ha infastidito maggiormente, con tanti riferimenti a libri, con uno stile pomposo, pieno di paroloni, soprattutto nella parte su Rocco. Una specie di mezzo saggio. Un pochino meno pesanti le pagine su Pia, ma comunque con descrizioni troppo minuziose. Non era quello che diceva, ma il come. Non so se ha volutamente calcato la mano sulla scrittura, se volesse fare un paragone tra la persona di cui parlava e il modo in cui ne parlava, per cui quando parla di Rocco la scrittura è più filosofica, più schizofrenica, mentre quando parla di Pia è decisamente più timido, più bucolico. 

La parte più bella sono i due capitoli finali, con tutt'altro stile, più personale, più caldo. Se avesse scritto tutto in quel modo, probabilmente lo avrei apprezzato di più. 
Non so come abbia fatto a vincere il Premio Strega; mi viene da pensare che chi ha giudicato il libro conosceva anche i due scrittori di cui si parla, e quindi è scattata una componente affettiva che in me non è scattata. Io non vedevo l'ora di finirlo per leggere altro.
Mio voto: 5 / 10

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