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sabato 23 gennaio 2021

La famiglia Karnowski - Israel Joshua Singer



Titolo originale: די משפחה קאַרנאָווסקי (Di mishpohe Karnovski) - 1943
Titolo inglese: The Family Carnovsky 

Israel J. Singer è un maestro dimenticato, rimasto per troppo tempo nel cono d'ombra del più celebre fratello minore Isaac B., Premio Nobel per la letteratura. La pubblicazione di questo libro ha quindi il sapore di un evento, e di un risarcimento: finalmente, il lettore potrà immergersi nell'affresco familiare in cui si snoda, attraverso tre generazioni e tre paesi - Polonia, Germania e America -, la saga dei Karnowski. Che comincia con David, il capostipite, il quale all'alba del Novecento lascia lo shtetl polacco in cui è nato, ai suoi occhi emblema dell'oscurantismo, per dirigersi alla volta di Berlino, forte del suo tedesco impeccabile e ispirato dal principio secondo il quale bisogna "essere ebrei in casa e uomini in strada". Il figlio Georg, divenuto un apprezzato medico e sposato a una gentile, incarnerà il vertice del percorso di integrazione e ascesa sociale dei Karnowski - percorso che imboccherà però la fatale parabola discendente con il nipote: lacerato dal disprezzo di sé, Jegor, capovolgendo il razzismo nazista in cui è cresciuto, porterà alle estreme conseguenze, in una New York straniate e nemica, la contraddizione che innerva l'intera storia familiare.(www.ibs.it) 

Il romanzo narra la storia di tre generazioni di una famiglia ebrea originaria della Galizia Polacca. E' considerato una delle più importanti saghe familiari ebree del XX secolo. 
E' suddiviso in 3 parti, ciascuna intitolata ad un uomo della famiglia. 
La prima parte è dedicata a David Karnovski. David è il capostipite della famiglia Karnowski, uomo colto e illuminista, che si trova in disaccordo con le teorie (secondo lui) sorpassate della comunità in cui vive. All'inizio del 1900, lascia il piccolo villaggio polacco Melnitz, ai suoi occhi emblema dell'oscurantismo intellettuale, per insediarsi a Berlino, allora fiorente capitale dell'Impero tedesco, spinto dal suo amore per il pensiero del filosofo ebreo tedesco Moses Mendelssohn. Lì diventerà una delle personalità più importanti e influenti della comunità ebraica locale, facendo della sua casa un circolo culturale. Solo sua moglie Lea avrà delle difficoltà ad abituarsi alla nuova patria, non riuscendo ad imparare la lingua e non facendo amicizie. Ad un certo punto, David e Lea hanno un figlio, chiamato Georg Moses. 

La seconda parte è dedicata a Georg Moses Karnowski, chiamato con un nome gentile e uno ebreo per essere, secondo le parole del padre "tedesco in strada e ebreo in casa". Georg è un ragazzo ribelle e si allontana dalla fede ebraica. Dopo un'adolescenza turbolenta in cui spende i soldi del padre fingendo di studiare filosofia, su suggerimento di un medico rinomato in città, e nella speranza di conquistare sua figlia Elsa, medico anch'essa, decide di cambiare studi e dedicarsi alla medicina. Si butterà a capofitto nello studio, ottenendo la laurea e facendo pratica nello studio del dottore, finchè decide di andare a fare l'ufficiale medico nelle trincee della Prima guerra mondiale, tornandone profondamente turbato e cambiato. Diventato un celeberrimo medico ginecologo sposa la tedesca cristiana Teresa Holbek, infermiera nello studio dove lavora, facendo andare su tutte le furie il padre, e si mette a frequentare molti salotti. Georg e Teresa hanno un figlio detto Jegor che è molto legato al fratello di Teresa, un fannullone. 

La terza parte è dedicata a Joachim Georg "Jegor" Karnowski. Jegor (nome ottenuto dall'unione die due nomi) è un bambino fragile e malaticcio, che rimane affaacinato fin da piccolo dalle manifestazioni paramilitari del nascente partito fascista e dai racconti dello zio Hugo, ariano e antisemita, ufficiale nella passata guerra, secondo il quale gli ebrei sono dei ladri e degli imbroglioni, nonchè i veri responsabili della sconfitta della Germania nella Grande Guerra. Jegor però, pur credendosi tedesco al cento per cento, porta chiaramente i segni della cultura ebrea. Prima viene allontanato dagli altri bambini, poi a scuola succederà un episodio che lui non racconterà mai a nessuno, dopo il quale si chiuderà in casa (un professore, per sostenere l'inferiorità degli ebrei, arriva addirittura a farlo spogliare davanti a tutti durante un convegno). David decide che la famiglia debba trasferirsi a New York, come hanno fatto già molti altri ebrei. Ma Jegor non riesce ad integrarsi con le persone, non sopporta nulla della nuova città, non riesce più a stare nemmeno insieme alla sua famiglia, sviluppando un vero e propro odio nei confronti del padre e degli ebrei in genere (ed anche verso se stesso), e decide di scappare da casa per vivere senza nessuno che gli dica cosa fare. Purtroppo farà amicizia col figlio della sua pensionante, personaggio che gli farà spendere un sacco di soldi gozzovigliando. L'incontro poi con uno spietato personaggio, ex direttore di un giornale satirico di Berlino, che proverà ad usarlo come spia per avere notizie sugli altri ebrei ora in America che parlano male della Germania, lo porterà quasi all'autodistruzione. 

Il libro mi è piaciuto, però ho avuto diverse difficoltà nel leggerlo. Innanzitutto, è interessante lo spaccato di vita di questa famiglia, vista su tre generazioni, partendo dall'inizio del 1900 al dopo guerra. Tuttavia, per tutta la parte di David mi sono chiesta cosa aveva di particolare questa famiglia ebrea, nel senso che l'ho trovata una famiglia come tante altre non ebree. 
A circa metà libro, quando comincia ad arrivare il periodo fascista, le cose un po' si movimentano, anche se faccio fatica a datare gli avvenimenti soprattutto quelli accaduti da qui in poi (il libro è del 1943).
Secondo me il libro è molto lungo. Ci sono descrizioni talmente dettagliate che ad un certo punto diventano un po' noiose. Ci sono tanti personaggi di contorno, certo importanti per ambientare la storia, ma soprattutto con gli editori e con i frequentatori del salotto di Georg, ho fatto un po' fatica.
Mi ha lasciato un po' perplessa il finale, che rimane un po' aperto a varie possibilità.
Il libro è sicuramente molto interessante ma non mi fa pensare al capolavoro.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

domenica 29 novembre 2020

Le cose crollano - Chinua Achebe


Titolo originale: Things fall apart (1958) 

Okonkwo è un guerriero, un lottatore, un uomo ambizioso e rispettato che sogna di divenire leader indiscusso del suo clan. Dal suo villaggio Igbo, in Nigeria, la fama di Okonkwo si è diffusa come un incendio in tutto il continente. Ma Okonkwo ha anche un carattere fiero, ostinato: non vuole essere come suo padre, molle e sentimentale, lui è deciso a non mostrare mai alcuna debolezza, alcuna emozione, se non attraverso l’uso della forza. Quando la sua comunità è costretta a fronteggiare l’irruzione degli europei, l’ordine delle cose in cui Okonkwo è nato e cresciuto comincia a crollare, e la sua reazione sarà solo il principio di una parabola che lo porterà nella polvere: da guerriero temuto e venerato, a eroe sconfitto, oltraggiato. Le cose crollano, il primo libro della trilogia che ha consegnato Chinua Achebe alla fama internazionale è unanimemente considerato il suo capolavoro, capace di intrecciare nella stessa vicenda due storie diverse: quella personale di Okonkwo e quella più ampia dello scontro fra due religioni e civiltà. Nella scrittura di Achebe, interprete di una grande tradizione letteraria, i conflitti ancestrali fra individuo e comunità dialogano con i percorsi accidentati della storia, le cui conseguenze investono ancora il mondo in cui viviamo. (www.anobii.com)

Il romanzo è diviso in tre parti, e il protagonista principale è Okonkwo.
Nella prima parte siamo in un villaggio chiamato Umuofia (nome di fantasia), Nigeria. Okuonko, deciso a non assomigliare per nulla al padre, fannullone e pieno di debiti, si rimbocca le maniche e diventa un grande e rispettato guerriero. Per fortuna nella loro cultura, le colpe dei padri non ricadono sui figli e quindi il villaggio ha molta stima di lui. Okonkwo ha tre mogli e lavora alacremente per coltivare i suoi campi. Ambisce a diventare uno dei capi clan. Ma due eventi scuotono le sue fondamenta. Innanzitutto, l'uccisione di un prigioniero che era stato affidato alla sua famiglia e al quale, dopo tre anni, si era affezionato quasi come ad un figlio; un caro amico gli aveva suggerito di non prendere parte all'esecuzione ma lui non gli aveva dato retta per non sembrare un debole. Il secondo evento è al funerale dell'amico che gli aveva dato quel consiglio, quando, durante il rito, un colpo parte inavvertitamente dal fucile di Okonkwo uccidendo il figlio sedicenne del morto. Secondo la loro legge, essendo una morte accidentale, Okonkwo è costretto all'esilio con tutta la sua famiglia e trova rifugio al paese natio della madre, Mbanta, dove lo accoglie l'unico fratello vivente di lei e la sua famiglia.

Nella seconda parte, Okonkwo deve ripartire da zero. Egli è triste per la sfortuna che gli è capitata ma lo zio gli ricorda che è stato accolto nella terra di sua madre e che deve rendere omaggio ai morti e superare la tristezza. Okonkwo ricomincia a lavorare, come coltivatore, nel frattempo pensando a quando potrà tornare al suo villaggio.
Intanto nei villaggi vicini cominciano a vedersi degli uomini bianchi e la cosa comincia a creare preoccupazione. Nel villaggio di Mbanta arrivano i missionari ed il figlio di Okonkwo, Nwoye, incantato dalle parole di un inno, decide di diventare uno di loro.

Nella terza parte, sono finalmente passati i sette anni di esilio e Okonkwo, dopo un lauto banchetto per ringraziare i parenti della moglie, può tornare a Umuofia. Ma le cose sono molto diverse da come le ricorda. L'uomo bianco e la sua nuova religione ha preso abbastanza piede, dividendo il clan. I missionari inglesi hanno portato la scuola, hanno salvato persone che secondo la religione africana erano considerati reietti, hanno portato anche i tribunali per giudicare chi sbaglia. 
La tensione nel villaggio però è molto alta e durante la festa per la dea Terra, un convertito toglie dal volto di uno degli stregoni la maschera che porta, compiendo il peggior sacrilegio possibile. La rappresaglia, guidata da Okonkwo sfocia nella distruzione della chiesa costruita dai cristiani. Successivamente i capi dei clan vengono chiamati al tribunale ed imprigionati, lasciati senza cibo e frustati fino al pagamento dell'ammenda da parte del villaggio. Il cuore di Okonkwo è pieno di odio e risentimento e giura di vendicarsi.
Il giorno successivo al villaggio viene convocata un'assemblea durante la quale arrivano dei messaggeri che intimano di interromperla. Okonkwo tira fuori il suo machete e ne uccide uno. 
Quando il commissario del distretto torna al villaggio per andare a prendere Okonkwo, gli dicono che lui si è impiccato ad un albero nel bosco dietro casa. E la cosa tragica è che togliersi la vita è un'offesa contro la Terra e che quelli del suo clan non possono tirarlo giù e seppellirlo. Questo incarico toccherà agli inglesi, in quanto stranieri.
Uno dei più cari amici di Okonkwo dirà al commissario: 
"Questo era uno dei più grandi uomini di Umuofia. 
L'avete spinto a uccidersi, e ora sarà seppellito come un cane..."

Questo romanzo viene generalmente considerato il più importante romanzo della letteratura africana. E' il primo di una trilogia. 
Il titolo fa riferimento ad una poesia di Yeats, anche se Yeats parlava di quello che secondo lui era l'imminente crollo del cristianesimo, mentre Achebe lo utilizza per parlare del crollo della religione originaria africana ad opera del colonialismo inglese. 
Il libro è stato scritto in inglese ma al suo interno si trovano diversi vocaboli igbo, alcuni spiegati subito, alcuni spiegati nel glossario alla fine, alcuni lasciati (probabilmente in maniera voluta) senza spiegazione. 
E' un libro che ho divorato. La prima parte, in particolar modo, è molto molto interessante. Non è facile capire la cultura igbo, non è facile capire il significato di alcuni termini, ma è molto coinvolgente. La figura di Okonkwo, che lotta con tutte le forze per non essere un fannullone, per contare qualcosa, per acquisire uno status, è molto ben delineata.
La terza parte è molto triste perchè il cristianesimo è riuscito, subdolamente, a convertire delle persone che nella precedente religione non erano nemmeno considerati; finchè c'è stato il primo capo della missione, questo creava dispiacere nel clan, ma c'era una sorta di "rispetto" o forse sopportazione gli uni nei confronti degli altri. Quando questo personaggio si ammala, al suo posto arriva un capo piuttosto rigido che dichiara apertamente "guerra" alla religione africana; ciò farà esplodere i malumori, portando alla fine di una cultura, in nome di una religione pacifica che poi così pacifica non è proprio stata.
Si potrebbe parlare per giorni su questo argomento, ma visto che preferisco limitarmi alla mia esperienza di lettura, devo dire che il libro l'ho gradito molto. Avevo molta paura a leggerlo, lo ammetto, perchè dalla trama pensavo potesse essere un mattone. Beh, chiaramente l'argomento è molto pesante, ma la scrittura di Achebe si legge bene, a parte i termini sconosciuti, è una prosa semplice, scorrevole. La storia è divisa in brevi capitoli, ma finito uno è difficile non incominciare subito il seguente. Ho apprezzato molto di più la prima parte, incentrata sulla cultura igbo, con anche tutto il rapporto tra gli uomini e le divinità, mentre la terza mi pare anche scritta in modo più frenetico.
Libro consigliatissimo.
Mio voto: 8 e mezzo / 10

martedì 17 novembre 2020

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen


Titolo originale: Pride and prejudice (1813)

Jane Austen è una delle poche, autentiche grandi scrittrici che hanno saputo fare breccia nei cuori e nelle menti di tutti i lettori, senza eccezioni. Fra i suoi tanti capolavori, Orgoglio e pregiudizio (pubblicato nel 1813) è sicuramente il più popolare e amato: le cinque figlie dell'indimenticabile Mrs Bennet, tutte in cerca di un'adeguata sistemazione matrimoniale, offrono l'occasione per tracciare un quadro frizzante e profondo della vita nella campagna inglese di fine Settecento. I destini di Elizabeth, Jane, Mr Bingley e dell'ombroso Mr Darcy intrecciano un balletto irresistibile, una danza psicologica che getta luce sulla multiforme imprendibilità dell'animo umano, specie quando si trova alle prese con l'amore o qualcosa che all'amore somiglia (www.ibs.it) 

La famiglia Bennet è composta dai coniugi Bennet e dalle loro cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Catherine (Kitty) e Lydia. La signora Bennet è una donna frivola, la cui principale preoccupazione è cercare di far ottenere dei buoni matrimoni alle figlie, mentre il signor Bennet è un uomo intelligente e sarcastico, affezionato a Jane e soprattutto ad Elizabeth, uniche figlie con un carattere assennato e ragionevole. 
Quando il ricco e celibe signor Bingley si trasferisce a Netherfield, la signora Bennet vede l'occasione di combinare un matrimonio tra lui e una delle sue figlie. Il signor Bingley è giunto a Netherfield in compagnia delle sue due sorelle, Caroline e la signora Hurst, del marito di quest'ultima e del suo più caro amico, il signor Darcy. 
Fin da subito è chiara la grande ammirazione di Bingley per Jane. Al contrario, Darcy non mostra alcun interesse per la compagnia e quindi viene subito etichettato come un uomo orgoglioso e altero. Durante il ballo dato da Sir Lucas, Darcy definisce Elizabeth "appena passabile". Elizabeth lo sente e lo prende in antipatia. 
Jane viene invitata dalle sorelle del signor Bingley a pranzo nella tenuta di Netherfield. La madre la obbliga ad andare all'appuntamento a cavallo, sperando che la pioggia la trattenga là per la notte; infatti Jane prende freddo e si ammala, rimanendo quindi a Netherfield per diversi giorni. Preoccupata, Elizabeth va a visitarla percorrendo a piedi le miglia che le separano. Durante la visita Elizabeth e il signor Darcy discutono vivacemente a proposito delle qualità che una donna debba possedere e dei rispettivi caratteri. 
Qualche giorno dopo, la famiglia Bennet riceve la visita del signor Collins, cugino delle ragazze ed erede legittimo della loro casa (che per legge non si trasmette alle femmine) il quale spera di poter sposare una delle figlie dei Bennet. 
Nello stesso periodo la famiglia Bennet conosce Wickham, un affascinante ufficiale dell'esercito che racconta di essere stato privato dell'eredità e trattato molto crudelmente da Darcy; il racconto peggiora l'opinione che Elizabeth ha di Darcy. 
Il signor Bingley organizza un ballo a Netherfield. Il suo affetto nei confronti di Jane è palese, tanto che la società locale dà il loro matrimonio per certo. Durante il ricevimento, ogni membro della famiglia Bennet si comporta in modo da mettere involontariamente in imbarazzo Jane ed Elizabeth. 
Pochi giorni dopo, Bingley e tutto il suo seguito, si trasferiscono improvvisamente a Londra, dove resteranno tutto l'inverno. Elizabeth, letta la lettera che Caroline Bingley ha inviato a Jane, sospetta che le sorelle e Darcy abbiano intenzione di trattenere Bingley a Londra per porre fine al suo attaccamento a Jane. 
Nel frattempo il signor Collins chiede la mano di Elizabeth. Lei rifiuta categoricamente nonostante le rimostranze della madre (e qui è divertente cosa invece risponde il padre). Il signor Collins, deciso comunque a tornare a casa con una moglie, decide di sposare Charlotte Lucas, la migliore amica di Elizabeth, che sa di non avere particolari doti estetiche ed è disposta ad accontentarsi. 
Dopo il matrimonio, mentre Elizabeth è in visita presso Collins e Charlotte, Darcy, inaspettatamente, le fa una proposta di matrimonio che lei rifiuta, arrabbiata sia per via del fatto che ha allontanato Jane da Bingley sia per quello che crede abbia fatto a Wickham. Il giorno dopo lui le scrive una lunga lettera in cui spiega i motivi delle sue azioni. Elizabeth è talmente sconvolta da quello che legge, che cambia opinione su Darcy. 
Giunta l'estate, Elizabeth parte con gli zii londinesi per un viaggio di piacere nel Derbyshire, durante il quale si trovano vicino a Pemberley, la tenuta in cui vive Darcy. Convinta che il legittimo padrone non sia in casa, Elizabeth acconsente a visitare la tenuta. Tuttavia durante la visita incontra proprio il signor Darcy, rientrato prima del tempo; i modi di Darcy sono molto diversi, è incredibilmente socievole e gentile. Elizabeth è felice di potergli presentare i signori Gardiner (gli zii), che sono brillanti ed intelligenti. Il giorno seguente Darcy le presenta la sorella Georgiana, desideroso che le due giovani facciano amicizia. Elizabeth ha anche occasione di incontrare il signor Bingley, il cui comportamento le fa sperare che sia ancora innamorato di Jane. 
Elizabeth viene però raggiunta da una pessima notizia: Lydia è scappata con Wickham e non si sa se lui abbia intenzione di sposarla o meno. Elizabeth nell'emozione del momento racconta tutto a Darcy. Assieme agli zii rientra a Longbourn e lo zio raggiunge il signor Bennet a Londra per cercare la coppia. Il signor Gardiner convince il signor Bennet a tornare a casa dalla famiglia e pochi giorni dopo li avverte di aver trovato Lydia e Wickham e di averli convinti a sposarsi. Qualche tempo più tardi Elizabeth scopre che è invece stato Darcy a trovarli e a combinare il matrimonio, saldando i debiti di Wickham e pagandolo profumatamente. 
Col pretesto della stagione di caccia, Darcy e Bingley tornano a Longbourn e Bingley chiede la mano di Jane, che accetta. 
Elizabeth riceve una visita a sorpresa della zia di Darcy, Lady Catherine De Bourgh, che pretende il suo impegno a non sposarsi mai con Darcy perchè vuole che il nipote sposi sua figlia, così come avevano deciso le madri fin da quando erano nati. Elizabeth, sconvolta da questa intromissione nelle sue decisioni, tiene testa alla zia e rifiuta e Darcy, che viene a sapere dell'accaduto proprio dalla zia, si ripropone a Elizabeth, che questa volta accetta. 
L'epilogo è il matrimonio tra Elizabeth e Darcy e quello tra Jane e Bingley. 

Credo di averlo letto questo libro secoli fa ma ammetto che me lo ricordavo poco. Sì, ricordavo a grandi linee la storia e ho visto il film.
La cosa che mi è balzata subito agli occhi è che in diverse parti la storia mi ricorda molto l'altro libro di Jane Austen, "Ragione e sentimento" che ho amato: le donne frivole dedite ai pettegolezzi, il militare bello e bastardo, la protagonista composta e assennata, ... Probabilmente perchè la società dell'epoca era effettivamente così.
Mi è piaciuta molto la figura del padre, sempre con la battuta pronta, costretto a sopportare una moglie e alcune figlie frivole. Mi è piaciuta la figura di Darcy, anche se mi torna in mente sempre il viso di Colin Firth (perfetto nel ruolo). Mi è ovviamente piaciuta la figura di Elizabeth.
I personaggi sono molti, alcuni dei quali non particolarmente utili (tipo due delle cinque sorelle, che non hanno particolare spazio nel racconto).
La cosa un po' ostica di questo romanzo sono i dialoghi, perchè il modo di parlare del periodo è veramente pomposo, e di dialoghi ce ne sono veramente tanti.
Chiuso il libro, quello che rimane in mente è la storia d'amore tra Darcy ed Elizabeth. Lei crede che lui non la ritenga all'altezza e lui non sa decidersi perchè non capisce cosa pensa lei. E la prima volta che le chiede di sposarlo si becca un sonoro no ed una lavata di capo su quanto lei lo ritenga orgoglioso e odioso perchè ha allontanato Bingley facendo soffrire Jane e su quanto lo reputi infame nel comportamento che ha avuto verso Wickham. Opinioni che lei si è fatta su di lui basandosi esclusivamente su pregiudizi, in effetti. Questa sincerità sarà la molla che fa cambiare atteggiamento a Darcy, ormai innamorato un bel po' di Elizabeth, facendogli scrivere la lettera a cuore aperto che farà capire ad Elizabeth dove ha sbagliato nel giudicarlo. Una bellissima storia d'amore che si sviluppa lentamente nel romanzo (ma abbastanza appassionatamente nel cuore dei due) fino all'immancabile lieto fine.
Mio voto: 8 e mezzo / 10

giovedì 8 ottobre 2020

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury


Titolo originale: Fahrenheit 451 - 1953

«Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce.» 
Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole fa legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall'incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica. (www.ibs.it)

Fahrenheit 451 è un romanzo di fantascienza nato dall'espansione di un racconto che si intitolava "The fireman". E' ambientato in una società distopica nella quale possedere libri è un reato e i pompieri hanno il compito non di spegnere gli incendi bensì di scovare chi detiene libri e bruciarli (con anche la casa intera).
Il titolo deriva dal fatto che l'autore aveva telefonato ad una caserma per chiedere la temperatura a cui brucia la carta e gli era stata data questa risposta.
Guy Montag è un pompiere, così come lo erano suo padre e suo nonno. E' convinto di quello che fa, finchè l'incontro con una diciassettenne un po' strana, Clarisse, gli mette in testa molti dubbi. In particolare, rimane sconvolto quando durante una chiamata, una donna preferisce morire bruciata coi suoi libri piuttosto che abbandonarli. Guy comincia a chiedersi cosa contengono i libri, e comincia a leggerne alcuni di quelli che, saltuariamente e di nascosto, ha rubato e nascosto. Il capitano Beatty comincia a capire cosa sta succedendo a Montag e gli dà un ultimatum; comprende che a volte i pompieri abbiano questa curiosità sui libri, ma poi devono sbarazzarsene. In realtà questo fatto aumenta ancora di più la sua curiosità, al punto da arrivare a leggere davanti alla moglie e alle sue amiche, moglie che lo denuncia. Una sera, quindi, i pompieri partono per una chiamata e Montag si rende conto che è la sua la casa da bruciare. La moglie Mildred se ne va in albergo, ma già da tempo non comunicano perchè lei è presa dagli auricolari e dalle tv che guarda di continuo. Il capitano Beatty costringe Montag a dare fuoco a casa propria, poi continua a provocarlo finchè non gli accende addosso il lanciafiamme. 
Montag scappa, e dietro consiglio di un vecchio professore, riesce a passare il fiume, seguire la vecchia ferrovia ed unirsi ad un gruppo di vecchi che sono scappati dalla città e che imparano i libri a memoria per tramandarli senza violare la legge. Il segugio robotico che lo insegue perde le sue tracce e la polizia, per non ammettere che ha fallito, decide di arrestare un poveretto che cammina per strada e spacciarlo per Montag. 
Poco dopo, sulla città viene sganciato un ordigno nucleare. Montag e i suoi compagni vedono la scena da lontano e decidono di tornare verso la città per vedere se possono dare una mano a ricostruire. 

Il libro è corto e diviso in tre parti. La scrittura in alcuni punti non è particolarmente fluida. Ci sono tante metafore sul fuoco, molti "giri di parole" per rendere una immagine che mi hanno appesantito la lettura. Il percorso di "risveglio" che compie Montag è molto rapido, quasi frettoloso. Quello che si capisce è che, probabilmente, anche il capitano Beatty è stanco di quello che fa, infatti a Montag stesso viene il dubbio perchè lo provoca e quando si vede puntare il lanciafiamme non fa nulla, sembra voglia morire. 
Pensare che i libri diventino illegali è raccapricciante, come lo è il fatto che quasi nessuno si ribelli. Tuttavia, il potere che esercitano le parole è sempre potente, e sempre ci sono persone pronte a lottare per ricostruire. 
Il finale, boh, mi ha lasciato perplessa. Oltre a questo clima di dittatura in cui tutto ciò che è socialità viene mal visto, pare ci sia una guerra che incombe e che, puntualmente, scoppia a fine libro. Non so se l'ordigno sganciato sulla città abbia un significato catartico, del tipo la città alienata viene rasa al suolo in modo che quelli che hanno avuto il coraggio di scappare per mantenere i propri pensieri possano ripartire da zero.. che sia così?
Un libro che osserva il mondo da una prospettiva interessante. 
Mio voto: 8 / 10

domenica 30 agosto 2020

Il principe - Niccolò Machiavelli


Titolo originale: De principatibus - 1532 
Titolo in inglese: The prince

Un interessante trattato di dottrina politica, nel quale Machiavelli illustra i vari tipi di principato possibili e dà una serie di indicazioni su come mantenerli.
L'opera è piuttosto corta (meno di 100 pagine), è diviso in 26 capitoletti brevi più una dedica ai Medici, per i quali ha scritto queste indicazioni basate sulla sua esperienza.
Il libro, pur essendo scritto in un linguaggio che in alcuni punti non è facilissimo da seguire, in realtà è molto semplice, senza fronzoli, senza retorica, pieno anche di esempi relativi ai principati e ai sovrani che si sono succeduti nelle ere. Secondo Machiavelli, è importante seguire i comportamenti dei principi che ci sono stati nel passato, in particolare per capire quali comportamenti ti fanno mantenere un principato e quali te lo fanno perdere. La fortuna va assolutamente aiutata dalla virtù. Il governo deve portare benessere al popolo. L'esercito deve essere proprio e stabile, bisogna evitare accuratamente i mercenari. Forza e violenza possono essere necessari per mantenere la stabilità, ma vanno dosati nel modo corretto.
Si tratta di un libro che, pur essendo del 1500, è tutt'ora molto attuale. 
Lettura impegnativa ma molto interessante.
Mio voto: 8 e mezzo / 10

venerdì 21 agosto 2020

L'importanza di essere onesto - Oscar Wilde

 
Titolo originale: The importance of being Earnest - 1895

Ultimo lavoro teatrale di Wilde, «L'importanza di essere onesto» debuttò al St James's Theatre di Londra il 14 febbraio 1895, ma nonostante lo strepitoso successo non rimase a lungo sulle scene a causa di uno scandalo che sconvolse di lì a poco la vita dello scrittore. La commedia riprese però in seguito il suo cammino trionfale e rimane in assoluto una delle più rappresentate. Prima di essa Wilde aveva già al suo attivo il buonissimo esito di tre melodrammi brillanti: «Il ventaglio di Lady Windermere» (1892), «Una donna senza importanza» (1893) e «Un marito ideale» (1895). Ma mentre questi lavori si inserivano nel filone "francese" della commedia, di Sardou, Scribe e Dumas figlio, le cui vicende erano ambientate nei salotti della buona società e riguardavano l'onore, il matrimonio, la fedeltà, i natali, «L'importanza di essere onesto» segna una totale emancipazione da tali moduli. Facendo dei suoi paradossi piacevolmente sovversivi la struttura stessa del dramma, sostituendo all'azione la conversazione, mettendo sullo stesso piano le cose serie e quelle frivole, Wilde non solo sbeffeggia le convenzioni teatrali della società dell'epoca, ma la stessa società che da quelle convenzioni vuol sentirsi rassicurata nei suoi codici comportamentali. (www.ibs.it)

Una commedia brillante, a volte tradotta come "l'importanza di essere onesto", altre volte come "L'importanza di chiamarsi Ernesto" (più fedele alla rappresentazione, a mio parere) e altre volte con sinonimi. In effetti, Oscar Wilde gioca molto sulla parola "earnest", utilizzabile sia come aggettivo sia come nome di persona. In italiano, purtroppo, è difficile mantenere questo gioco di parole.
Per la società dell'epoca, e in particolare per Guendalina e Cecilia, il fatto che un uomo si chiami Ernesto è indicativo della sua onestà. Ne nascerà un siparietto per cui entrambi gli uomini pensano addirittura di farsi ribattezzare pur di avere il nome giusto.
La commedia è carina, sembra frivola, ma a leggere bene le parole, si nota una chiara critica alla società in cui apparire è meglio che essere, in cui ciò che importa è ciò che è di moda.
Probabilmente è molto più divertente vista recitata a teatro piuttosto che letta. La commedia è divisa in tre atti, poi a fine libro ci sono tre scene di quelle che sono state tagliate e, a mio parere, sinceramente il taglio ci sta bene; forse avrei salvato quella del reverendo. Interessante il colpo di scena finale, che sistema un po' tutte le cose. 
Sinceramente mi è piaciuta, mi ha fatto sorridere, però non l'ho trovata spettacolare; sarei curiosa di vederla recitata, sicuramente la apprezzerei di più.
Mio voto: 7 e mezzo / 10

giovedì 13 agosto 2020

I fiori del male - Charles Baudelaire


Titolo originale: Les fleurs du mal (1857)
Titolo in inglese: The flowers of evil

Eccezionale monumento della lirica ottocentesca, I fiori del male continuano a proporsi come sorgente primaria dell'ispirazione poetica contemporanea. Le inesauribili suggestioni della nascente modernità sono distillate in versi sublimi e conturbanti, capaci di esplorare le regioni del sogno e del soprannaturale. Rigore formale ed effervescente invenzione linguistica convivono in una retorica poetica che molti commentatori hanno avvicinato, per intensità e perfezione, al linguaggio mistico. (www.anobii.com)

Premetto che è una rilettura. Avevo letto questa raccolta di poesie secoli fa, e ne avevo un ottimo ricordo. L'edizione cartacea che avevo era edita dalla Universale Economica Feltrinelli del 1987, dove in copertina troneggiava un ritratto di Baudelaire in colore blu/viola. In ebook ho trovato l'edizione della Biblioteca Ideale Giunti del 2007. Due traduzioni piuttosto diverse, e sinceramente, preferivo quella della prima che avevo letto. Purtroppo quando si leggono poesie, bisognerebbe leggerle in lingua originale, ma non sapendo io il francese (se non poche parole), non mi è stato possibile. Quello che mi è parso è che questa traduzione (c'è il testo originale anche) sia meno accurata e troppo libera. Ovviamente, con la traduzione si perde ogni idea di metrica e di rima che aveva dato l'autore.
In ogni caso, il libro è diviso in molte parti: Spleen e ideale; Quadri parigini (poesie lunghe, tratteggi della vita parigina. Mi sono piaciute meno, troppo descrittive); Il vino (sono cinque canti lunghi); Fiori del male (9 poesie); Rivolta (4 poesie, due sono contro Dio e due inneggiano a Satana); La morte (6 poesie di cui una lunghissima); I fiori del male (12 poesie aggiunte nella terza edizione del 1868); I relitti (1 poesia); Poesie condannate tratte dai "Fiori del male" (6 poesie lunghe); Galanterie (6 poesie); Epigrafi (3 poesie); Poesie diverse (4 poesie); Buffonerie (3 poesie).
Quelle che mi sono piaciute di più, perchè le ho sentite più vicine a me, sono state le prime inserite in "Spleen e ideale". E' la raccolta più lunga e le poesie spaziano dai temi come l'amore, la morte, la tristezza. Alcune delle altre raccolte mi sono parse più noiose, soprattutto quando parla di personaggi che non so chi siano. 
Baudelaire è sicuramente un poeta da leggere, anche se per capire quello che scrive occorre capire la sua biografia ed entrarci almeno un po' in sintonia. Se devo consigliarvi una edizione, non prendete questa della Giunti. 
Facendo un po' una media tra le poesie dello Spleen (a cui darei quasi nove) e le altre (a cui darei 6/7) direi che...
Il mio voto: 7 e mezzo / 10


Spleen 

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio 
sullo spirito che geme in preda a lunga noia 
e abbracciando il cerchio di tutto l'orizzonte 
ci versa una luce nera più triste delle notti, 

quando la terra si muta in umida spelonca 
dove la Speranza come un pipistrello 
va battendo i muri con la sua timida ala 
e picchia la testa su fradici soffitti, 

quando la pioggia distendendo immense strisce 
imita le sbarre d'una vasta prigione 
e un muto popolo di ragni infami 
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti, 

campane a un tratto scattano con furia 
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria 
che si mettano a gemere ostinati. 

- E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica, 
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza, 
vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica, 
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

domenica 26 luglio 2020

La chiave - Jun'ichirō Tanizaki


Titolo originale: 鍵 (Kagi) - 1956
Titolo inglese: The key

La chiave di un cassetto, lasciata cadere apparentemente per caso da un marito ansioso di esplorare nuovi orizzonti sessuali insieme alla moglie, dalla quale è irresistibilmente attratto, conduce la donna su una strada di lussuria e perdizione da cui non riuscirà più ad allontanarsi. La donna scopre infatti, leggendo il diario del marito, i suoi segreti, la sua inarrestabile passione, la necessità di fomentare i suoi istinti sessuali con un gioco ingegnoso ma rischiosissimo, alimentato dalla gelosia. Si fa invischiare in questa rete, in una crescente tensione fatta di amore-odio che coinvolge a poco a poco anche altre persone, come l'amante e la figlia e condurrà infine il protagonista all'autodistruzione. Il significato di questo piccolo gioiello però non sta tanto nella descrizione del folle crescendo erotico che irretisce i personaggi del romanzo quanto, come dice Geno Pampaloni nella prefazione "nel fitto di un labirinto stupefacente che sembra costruito nel corso di accumulazioni secolari entro la psicologia umana, ad avviluppare passioni, errori, proibite delizie, infingimenti." (anobii.com)

Attenzione: contiene spoiler sul finale.
Cosa mi aspettavo da questo libro? Viene presentato come classico della letteratura erotica e quindi mi aspettavo molte scene di questo tipo. Senonchè, è vero che c'è qualche scena un po' calda, ma niente di che. Domina sicuramente il gioco perverso che si innesca all'interno della famiglia. Prima tra i due coniugi, che non hanno mai parlato tra loro della loro vita sessuale, e quindi trovano l'escamotage dei due diari da far leggere senza far sapere che l'hanno letto. Poi il marito comincia a capire che quando è geloso riesce a soddisfare meglio sua moglie, e allora tira in ballo Kimura, che loro vogliono far fidanzare con la figlia Toshiko, ma che è davvero invaghito della madre (ricambiato), al quale viene chiesto di sviluppare delle fotografie di dettagli intimi della moglie. Nel frattempo, la moglie scopre di essere una persona lussuriosa e comincia a vedere di nascosto questo uomo, aiutata anche dalla stessa figlia, che ha un atteggiamento effettivamente dubbio in tutta la situazione.
Ad un certo punto, al marito viene un "accidente" perchè per troppo tempo ha trascurato di avere la pressione alta e questi giochini maliziosi lo eccitano troppo. E le ultime (circa) trenta pagine sono il racconto della paralisi di lui e lentamente della sua morte, mentre la moglie continua a vedere ogni sera in giardino il suo amante.
Il finale è tragico, non solo perchè lui effettivamente muore, ma anche per il fatto che si scopre che la moglie sapeva dei suoi problemi di pressione e lo fa eccitare apposta. E anche la figlia si sospetta che abbia un ruolo in tutto questo gioco perverso che si è creato.
Mah. Capisco che l'argomento, soprattutto nel 1956, fosse da censurare. Capisco che dietro al romanzo in sè, c'è sicuramente uno studio sull'autodistruzione del marito e sul contegno che le donne del tempo dovevano tenere nei confronti del marito. Tuttavia, l'esperienza di lettura, dopo un po' è diventata noiosa, soprattutto le pagine in cui il marito è allettato, con una piccola ripresa nel finale quando la moglie prende i due diari e li mette a confronto. Sinceramente non mi ha coinvolto molto.
Mio voto: 6 / 10

giovedì 7 maggio 2020

Uno studio in rosso - Arthur Conan Doyle


Titolo originale: A study in scarlet - 1887

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla trama.

John Watson è un ex medico militare che dopo esser stato ferito in Afghanistan sta cercando un alloggio non troppo costoso a Londra. Un suo amico gli dice che conosce un altro gentiluomo che sta cercando qualcuno con cui dividere l'affitto di un appartamento al 221B di Baker Street. Così si conoscono Watson e Sherlock Holmes, consulente investigativo.
Holmes invita Watson ad accompagnarlo sul luogo del crimine dove viene chiamato proprio da Scotland Yard. Un certo Enoch J. Drebber è stato trovato cadavere, senza tracce di violenza, ma Holmes capisce subito che è stato avvelenato. Sul muro della stanza, illuminata da una candela rossa, viene trovata la parola "rache" scritta col sangue e un biglietto in cui è scritto "J.H. è in europa". Mentre il primo sospettato del crimine, che viene catturato dalla polizia, è in carcere, viene commesso un secondo omicidio: si tratta del segretario di Drebber, il signor Stangerson, pugnalato al cuore. Anche qui compare la parola "rache" (vendetta, in tedesco).  Dopo aver fatto i suoi calcoli, Sherlock Holmes fa ammanettare un vetturino chiamato Jefferson Hope.
La prima parte del libro termina qui, con Holmes che dice a Watson di aver capito come sono andate le cose.

Nella seconda parte del libro, John Ferrier e la figlia adottiva Lucy, stanno vagando nel deserto senza acqua nè cibo, quando vengono trovati e accolti da una carovana di Mormoni. Ferrier diventa un membro stimato della comunità, diventando anche molto ricco col suo lavoro. Ma ai capi dei mormoni non piace il fatto che lui abbia solo finto di abbracciare la loro fede, e che non si sia mai voluto sposare. Anzi, poichè gira voce che sua figlia Lucy sia innamorata di un giovane cercatore d'oro (Jefferson Hope), i mormoni danno un ultimatum a Ferrier: entro 30 giorni Lucy dovrà decidere se sposare il figlio di Drebber o il figlio di Stangerson, entrambi interessati a lei. I giorni passano, scanditi dai promemoria sui giorni mancanti che vengono recapitati a Ferrier ogni giorno. Nel panico, egli riesce a far arrivare un messaggio a Jefferson Hope, il quale arriva a casa loro proprio l'ultima notte e li aiuta a scappare. Riescono a lasciare le terre dei mormoni e a mettere un po' di distanza tra loro, ma un giorno che si fermano a riposare e Jefferson va a caccia, quando torna scopre che i suoi due amici non ci sono più. Ferrier è stato ucciso e sepolto lì dove si erano accampati. Lucy è stata rapita. Scoprirà che è stata costretta a sposare Drebber, ma che non ha più alzato la testa dal cuscino lasciandosi morire, cosa avvenuta circa un mese dopo le nozze. Jefferson Hope, distrutto dal dolore, decide di dedicare la sua vita a vendicare Lucy e suo padre. Hope riesce a seguire le tracce dei due per mezza europa, arrivando sempre un pelo dopo che loro sono ripartiti, finchè a Londra le loro strade si incrociano. Avvicina Drebber una sera che per caso i due si sono separati e lui si è ubriacato; gli concede di scegliere tra due pillole, una avvelenata ed una no (lui avrebbe mangiato quella rimanente). E rimangono a guardarsi finchè Drebber viene colto da dolori lancinanti e muore. In albergo riesce ad arrivare a Stangerson, al quale dà la stessa scelta tra le due pillole, ma questo prova a ribellarsi e Hope per difendersi lo pugnala al cuore. Il sangue con cui scrive la parola "rache" in realtà è suo sangue dal naso. Una volta arrestato grazie a Sherlock Holmes, racconta tutta la sua storia, che conferma le teorie dell'investigatore, dicendo anche che da tempo soffre di aneurisma aortico e che quindi potrebbe morire prima del processo (cosa che poi succede).
Ovviamente il merito della soluzione del caso viene attribuito ai due investigatori di Scotland Yard, Lestrade e Gregson, che non avevano in realtà capito nulla. Ma Holmes sapeva che le cose vanno così, ed è comunque contento di aver risolto il caso.

Non avevo mai letto nulla di Sherlock Holmes. La scelta di questo libro in realtà è stata fatta col gruppo di lettura, non potendoci vedere per via del corona virus (e chissà per quanto...) abbiamo scelto un secondo audiolibro dall'elenco disponibile gratuitamente su raiplay.
La prima parte del libro mi ha lasciato perplessa. Viene fatta conoscenza con Holmes e Watson e viene illustrata la scena in cui si svolge il delitto. Ad un certo punto, Holmes dice di aver capito chi è stato. E la cosa finisce lì.
La seconda parte si apre con tutt'altro scenario. Ferrier e la bambina, unici superstiti di un gruppo di persone, stanno vagando per il deserto quando incontrano questa enorme comitiva di Mormoni che li rifocillano e li accolgono con sè, a patto che si convertano alla loro fede. Pur di salvarsi, Ferrier si convertirebbe a qualsiasi fede, e negli anni diventa un membro rispettato della comunità. Ma in verità non ha mai visto di buon occhio la poligamia praticata dai Mormoni.
Ad un certo punto, facendo caso ai nomi, si capisce come sono andate le cose. Questa seconda parte è molto bella. La storia è ben definita, ben scritta. Il momento in cui i tre provano a scappare mi ha messo ansia, e ci sono rimasta molto male quando Ferrier viene ucciso e Lucy riportata indietro.
Ho trovato Holmes molto sbruffone. Da quei pochi dettagli lui riesce a ricavare una intera storia. Un po' esagerato. Però la storia che c'è dietro è molto interessante e molto triste. Alla fine, pur essendo un libro leggero, ti butta lì alcuni concetti su cui si potrebbe riflettere.
Jefferson Hope è davvero un criminale o piuttosto, come si definisce lui, un giustiziere di assassini? Beh, chiaramente la giustizia dovrebbe essere amministrata dalla polizia, ma Drebber e Stangerson hanno a loro volta ucciso due persone innocenti.
Il libro muove sicuramente una grossa critica alla religione dei Mormoni. C'è un punto dove dice "I perseguitati erano ormai divenuti persecutori della peggiore specie. L'Inquisizione di Spagna, il Vehmgericht tedesco, le società segrete italiane... nessuna organizzazione era mai riuscita a mettere in moto una macchina più formidabile di quella che costituiva un incubo per ogni abitante dell'Utah... Colui che si metteva contro la Chiesa spariva senza che nessuno sapesse mai quale fosse stata la sua sorte".
Ancora, potremmo anche parlare del fatto che Sherlock Holmes riesce a risolvere un caso laddove la polizia non ne cava un ragno da un buco, ma è alla polizia che vanno gli onori...
Anche il fatto che, in un certo senso, quella che si potrebbe chiamare "giustizia divina" fà sì che la pillola avvelenata tocchi a Drebber e non ad Hope. Alla fine il cattivo viene davvero punito.

Bel libro, mi è piaciuto. Ho fatto un po' fatica nello stacco tra prima e seconda parte, perchè di solito quando si passa dal presente al flashback, di solito si va indietro nel passato di un personaggio che abbiamo già conosciuto, mentre qui parte da un periodo decisamente indietro, prima di arrivare a Drebble, Stangerson e Hope. Però nel complesso mi è piaciuto molto.
Mio voto: 8 / 10

domenica 26 aprile 2020

L'iguana - Anna Maria Ortese


Titolo originale: L'iguana - 1965

«A tutti i lettori che desiderano qualcosa di inaudito, che li porti di colpo oltre i confini della realtà; a tutti i lettori appassionati, annoiati, sazi, entusiasti, drammatici, frivoli, passeggeri, costanti – consiglio questo bellissimo libro, uno dei pochi destinati a onorare la letteratura italiana del dopoguerra. È stato pubblicato venti anni fa; ma sembra che nessuno l’abbia mai comprato, nessuno l’abbia mai letto. È come la principessa della fiaba, la cui bellezza si nasconde dietro gli stracci e la cenere. Soltanto alcuni happy few hanno alzato il velo grigio, hanno scosso con la mano la cenere, e sostengono che è un capolavoro» (Pietro Citati). Quando il giovane milanese Aleardo, di famiglia ricca, nobile e illuminata, decide di approdare con il suo yacht nella sperduta isola di Ocaña, al largo del Portogallo, non sa quale inusitata avventura, e quale incontro fatale, lo attendano. Fino a quel momento, egli è «il compratore di isole», sempre incerto su quale comprare, perché Aleardo è sì facoltoso, ma anche rispettoso della generale dignità del creato e non vorrebbe turbarlo con indiscrete iniziative. Come giocando, un suo amico editore lo aveva sfidato a fornirgli un manoscritto capace di risvegliare i lettori intorpiditi per eccesso di offerte: e precisamente «le confessioni di un qualche pazzo, magari innamorato di una iguana». Appunto l’iguana attende Aleardo nell’isola di Ocaña, sotto forma di una «bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori». Quell’iguana, come la prima materia dei testi alchemici, è ciò che di più vecchio e insieme ciò che di più giovane si possa trovare nella sostanza del mondo, è la natura stessa nel suo perenne invito alla «fraternità con l’orrore». Intorno a questa principessa-servetta e al suo principe illuministico e bisognoso di iniziazione la Ortese ha intessuto una perfetta favola romantica, genere fra i più ardui, che già aveva tentato vari grandi scrittori di lingua tedesca, da Novalis a Hofmannsthal, mentre in Italia non sembra aver attirato nessuno, forse anche per la profonda estraneità della nostra letteratura alla vena fosforeggiante del romantico. L’Iguana fu pubblicato per la prima volta nel 1965, incontrando una generale incomprensione. Oggi sappiamo che questo romanzo, nella sua impeccabile commistione di incanto e ironia, è destinato a rimanere un approdo felice per chiunque ami la letteratura. (https://www.adelphi.it/)

Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi di Estremadura-Aleardi, e conte di Milano, detto "Daddo", sui trent'anni, orfano di padre, ha una madre che smania affinchè lui ampli i possedimenti della famiglia. Ma lui da qualche tempo aveva "nel sangue un’allegria cristiana, che lo faceva indifferente, in fondo, a tutti gli averi, come se il senso delle cose fosse un altro." Conduceva una vita molto semplice, quasi da certosino, tutto il giorno in studio a disegnare case, mentre, la sera, sua unica distrazione era vedersi con Boro Adelchi, un giovane editore della nouvelle vague, ambiziosissimo e a cui il Daddo passava continuamente, di nascosto della madre, fior di denari. E fu proprio l’Adelchi, una di quelle sere di aprile, che getta il seme dell’avventura che viene narrata.
L'Adelchi, si lamenta che le cose vanno male in editoria e dice che ci vorrebbe qualcosa di straordinario. Il Daddo, che deve mettersi in viaggio per conto della madre, pensa che al di là di Gibilterra ci potrebbe esse qualcosa di utile.
Al largo del Portogallo, trova questa piccola isoletta, al punto che non è nemmeno segnata sulle carte.
Gli unici abitanti del luogo sono don Ilario Jimenez dei Marchesi di Segovia, conte di Guzman, e i fratelli, Hipolito e Felipe Avaredo-Guzman, figli di una prima moglie asturiana del defunto marchese. A servizio di questi personaggi c'è una figura che dapprima il Daddo scambia per una vecchia, finchè invece si rende conto che si tratta di "una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori, giacché era la somma evidente di tutti i cenci della famiglia."

Quando la bibliotecaria del mio gruppo di lettura, visto il perdurare del divieto di riunione, mi ha suggerito di provare a parlare di un audiolibro, tra quelli disponibili gratuitamente sul sito rai, le ho suggerito questo. La mia scelta è stata dettata da due semplici fattori. Il primo: che il libro fosse "corto", non oltre le duecento pagine, perchè non era detto che a tutti andasse a genio questo esperimento. Il secondo: che non si trattasse di un libro di quelli già noti e rinoti. Ho letto poche recensioni e ne parlavano come di un gioiellino non capito all'epoca della sua pubblicazione. Abbiamo provato. A mio parere, è molto più facile seguirlo come audiolibro piuttosto che leggerlo, soprattutto perchè nell'edizione gratuita su ray play, la lettrice Monica Demuru è veramente molto espressiva e piacevole da ascoltare.
L'atmosfera del romanzo mi ha ricordato un po' un mix tra "cuore di tenebra", "cent'anni di solitudine" e "i promessi sposi" (quest'ultimo soprattutto per il linguaggio). 
Il linguaggio non è facile, è sicuramente datato, un po' manzoniano, però tutto sommato si segue abbastanza bene. 
Ho fatto un po' fatica a seguire i cambiamenti di personalità di Ilario/Mendes (anzi, sul Mendes proprio mi sono persa, perchè anche lui non spiega come mai fa questa associazione e non capisco se in pratica lo paragona a qualcuno di davvero esistito o meno). 
Dietro all'iguana ho pensato che si celasse una metafora, una persona che per caratteristiche di fragilità fisica o psicologica fosse facilmente soggiogabile.
Il Daddo è un ragazzo fuori dagli stereotipi del periodo storico in cui vive, dove tutti i milanesi sono a caccia di territori, sono interessati solo al denaro. Lui ha in sè un profondo spirito di carità cristiana, nel suo significato più alto del termine, non gli interessano i soldi, non gli interessa il potere, è affascinato dalle anime deboli e sente di dover fare di tutto per dar loro una mano. Il conte muore "cortesemente" come era vissuto. A Milano la sua morte passa quasi inosservata, un trafiletto sul giornale, anche la sua stessa madre e il suo amico Adelchi non ne sono particolarmente toccati. A Ocana invece, i due fratelli Guzman trovano lo stimolo di mettersi a studiare perchè pensano che il conte sia immortale e un giorno potranno scrivergli una lettera.
Un altro punto che ho capito poco è il processo. Il processo è un momento molto delirante, credo sia principalmente un processo a Dio o forse all'assenza di Dio che ha portato il male a vincere sulle creature deboli.

"Non vi è, infatti, orrore che, essendovi nati dentro, e avendone, per così dire, bevuto il latte, non si trasformi col tempo in abitudine e rassegnata indifferenza, cioè a dire in una sorta di degradata felicità, e tuttavia ancora felicità.- sappi, Lettore, che solo costui, che dapprima non era considerato il Male, e dopo fu indicato come il Male medesimo, solo costui sa cos’è il freddo mortale del Male. Si dice che l’Inferno sia calore, un calderone di pece, a probabilmente milioni di gradi sopra lo zero, ma in realtà il segno dell’Inferno è nel meno, invece che nel più, è in un freddo, Lettore, davvero assai orribile. Non solo vi è freddo, ma anche solitudine: nessuno ti parla più, e tu non riesci a parlare con alcuno. La tua bocca è murata. Questo è l’Inferno."

"Vi è qualcosa che ignoriamo, che non vogliamo sapere, vi è qualcuno, nascosto, che c’impedisce di guardare... Vi è un inganno a danno di persone deboli... Vi è, nella nostra educazione, qualche errore di base, che costa strazio a molti, e ciò io intendo colpire - «Capire! In base a che cosa, Daddo? Lascia che le Costellazioni trascinino il Corpo Santo! Dio è morto! è morto! è morto!». Queste parole, seguite da uno scoppio improvviso di pianto, e quindi da un selvaggio suonare di campane, non sapevi se a osanna o a morto, lasciarono indifferente il conte. Egli era mutato, in quanto sentiva che, nella vita, il lato terribile era proprio la compassione, in quanto così il male velava i suoi crimini, il bene lasciava luogo a profonda debolezza. Egli non aveva più altro scopo, nella nube ch’era stata la sua vita, se non il risorgimento di Dio, la sua liberazione dal sepolcro, e la restaurazione del Diritto."

"Sentì che il suo viaggiare era stato immobilità, e ora, nella immobilità, cominciava il vero viaggiare. Sentì poi che questi viaggi sono sogni, e le iguane ammonimenti. Che non ci sono iguane, ma solo travestimenti, ideati dall’uomo allo scopo di opprimere il suo simile e mantenuti da una terribile società. Questa società egli aveva espresso, ma ora ne usciva. Di ciò era contento." 

Sicuramente c'è anche una grossa critica di fondo alla società milanese da parte dell'autrice.
E' un libro sicuramente impegnativo e va letto o ascoltato con molta concentrazione. Però, alla fine, non mi è affatto dispiaciuto.
Mio voto: 7 / 10

sabato 4 aprile 2020

Gita al faro - Virginia Woolf


Titolo originale: To the lighthouse - 1927

In una sera del settembre del 1914, la famiglia Ramsay, in vacanza in una delle isole Ebridi, decide di fare l'indomani una gita al faro con alcuni amici. Per James, il figlio più piccolo, quel luogo è una meta di sogno, piena di significati e di misteri. La gita viene però rimandata per il maltempo.Passano dieci anni, la casa va in rovina, molti membri della famiglia sono morti. I Ramsey sopravvissuti riescono a fare la gita al faro, mentre una delle antiche ospiti finisce un quadro iniziato dieci anni prima. Passato e presente si intrecciano, il tempo assume un diverso significato. (www.anobii.com)

Avevo letto questo libro secoli fa, forse per la scuola o qualcosa di simile. Non ricordavo praticamente nulla e l'ho voluto rileggere. Devo ammettere che è stata una lettura impegnativa.
Leggevo che questo è probabilmente il libro più autobiografico di Virginia Woolf, una sorta di elaborazione del lutto per la morte della madre. La figura della signora Ramsey, in effetti, è quella centrale a tutto il romanzo. Una donna remissiva, attiva, dedita agli altri. Ha sempre una parola buona per tutti, è la persona che incoraggia e non che abbatte. In contrapposizione ad un marito freddo, che non esprime i propri sentimenti, che non ha tatto per i sentimenti altrui, per esempio quando stronca sul nascere la speranza del piccolo James di andare al faro. La signora Ramsey è presente anche quando è assente. Anni dopo la sua morte, nello stesso posto, Lily Briscoe non riesce a fare a meno di pensare a lei, prima con un certo astio nei suoi confronti, e solo quando riesce in qualche modo ad accettarla, solo allora riesce a completare quel quadro che era rimasto in sospeso da tutto quel tempo.
Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima c'è questa riunione di persone, e sono diversi i flussi di pensieri che si accavallano gli uni agli altri. In alcuni punti è faticoso capire chi sta parlando, bisogna entrare un po' nel meccanismo e rimanere concentrati. La seconda parte l'ho trovata un po' delirante, e ho l'impressione che sia stata scritta solo per dire che il tempo è passato e la custode della casa si trova a doverla sistemare in breve tempo dopo che è stata abbandonata per anni. E' la parte che mi è piaciuta meno perchè, appunto, piena di immagini troppo caotiche. Nella terza parte si alternano i pensieri di Lily in giardino e la barca su cui si trovano Ramsey e i figli. Lily principalmente sfoga il suo rancore, diciamo così, nei confronti della signora Ramsey, cerca di capirla, di capire perchè ci tiene tanto a far sposare tutti quelli che ha intorno, a cosa ci trova nella vita matrimoniale. Non ho capito se Lily pensa che il signor Ramsey voglia mettersi con lei, questo è un punto che mi è rimasto ostico, ma ha poca importanza. Quello che importa è che Lily ha trovato quel qualcosa che le fa svegliare l'ispirazione per concludere finalmente il suo quadro. Una sorta di rielaborazione di se stessa per arrivare a capirsi. 

"E riposando, vagando con lo sguardo da una cosa all'altra, la vecchia domanda che traversava perpetuamente il cielo dell'animo, la domanda vasta, generale rimase sospesa, indugiò, si fece cupa su di lei. Qual è il significato della vita? Tutto lì - una domanda semplice, una domanda che, col passare degli anni, metteva con le spalle al muro. La grande rivelazione non era mai arrivata. La grande rivelazione, forse, non arrivava mai. C'erano invece piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi che s'accendevano inaspettatamente nel buio"

"Le donne sono tutte così, pensò; i loro pensieri sono incurabilmente vaghi; non era mai riuscito a spiegarsene il perchè, ma era proprio così. Era così anche lei - sua moglie. Incapaci di fissarsi chiaramente un pensiero in testa. Ma aveva fato male a prendersela con lei. Oltretutto, non era forse vero che lui trovava attraente quella stoltezza femminile? Era parte del loro fascino straordinario"

Non posso dire che questo libro mi abbia fatto impazzire. Ho fatto fatica a leggerlo in diversi punti. Ne riconosco il valore catartico per l'autrice. Sicuramente non ha una gran trama ma ha un forte potere evocativo per quanto riguarda le atmosfere.
Mio voto:  6 e mezzo / 10

domenica 8 marzo 2020

Little House in the Big Woods - Laura Ingalls Wilder


Titolo originale: Little House in the Big Woods (1932)

Based on the real-life adventures of Laura Ingalls Wilder, Little House in the Big Woods is the first book in the award-winning Little House series, which has captivated generations of readers. This edition features the classic black-and-white artwork from Garth Williams.
Little House in the Big Woods takes place in 1871 and introduces us to four-year-old Laura, who lives in a log cabin on the edge of the Big Woods of Wisconsin. She shares the cabin with her Pa, her Ma, her sisters Mary and Carrie, and their lovable dog, Jack.
Pioneer life isn’t easy for the Ingalls family, since they must grow or catch all their own food as they get ready for the cold winter. But they make the best of every tough situation. They celebrate Christmas with homemade toys and treats, do their spring planting, bring in the harvest in the fall, and make their first trip into town. And every night, safe and warm in their little house, the sound of Pa’s fiddle lulls Laura and her sisters into sleep.
The nine books in the timeless Little House series tell the story of Laura’s real childhood as an American pioneer, and are cherished by readers of all generations. They offer a unique glimpse into life on the American frontier, and tell the heartwarming, unforgettable story of a loving family (www.goodreads.com)

Non so perchè i libri in italiano cominciano dal terzo episodio, come poi fa la serie tv degli anni 70 di cui non mi sono persa una puntata all'epoca. E così l'ho letto in inglese. La scrittura è abbastanza semplice, essendo un libro per bambini si segue molto bene. Chiaramente alcune parole non le conoscevo e quindi avevo il vocabolario di fianco, ma nel complesso la lettura non mi ha creato problemi.
Nel libro si parla principalmente di Laura, che ha quattro anni all'inizio del libro ma ne compie cinque poco dopo, e della sua amorevole famiglia composta da Pa, Ma, la sorella maggiore Mary e la piccola Carrie. La famiglia abita in una casa fatta di tronchi di legno in mezzo ai boschi, boschi a perdita d'occhio. La città più vicina si chiama Pepin, in Wisconsin.
Il libro parla della vita familiare dall'autunno all'autunno successivo, con tutta la preparazione delle provviste per l'inverno, il Natale, poi il ritorno della primavera, le visite ai parenti che abitano anche loro in mezzo al bosco, la mietitura del grano, ecc. 
E' un interessante spaccato della vita contadina del periodo. Viene dettagliatamente spiegato come si fa il burro, proprio come lo vedrebbe un bambino. C'è anche una parte di uccisione del maiale che non ho letto proprio volentieri, ma funzionava così. Ognuno in casa ha il proprio ruolo, anche le bambine aiutano la mamma in cucina. La domenica è sacra, si legge la Bibbia, non si fa rumore e si prega. I rimedi sono quelli della nonna, quando uno dei cugini si fa pungere dalle api, viene ricoperto di fango e medicato con erbe. Ci sono dei passaggi anche divertenti, tipo quando la madre prende a schiaffi sulla schiena un orso perchè nel buio credeva che fosse la loro mucca.
E' un libro gradevole, va anche rapportato al periodo storico. Io, sinceramente, così isolata non riuscirei a vivere.
Quello che traspare da ogni pagina, che in pratica sono le memorie dell'autrice, è il grande amore che permea questa famiglia. Sono molto belle le scene in cui il padre prende le due bambine con sè e racconta loro delle storie, principalmente di vita vissuta. Oppure suona il violino e loro lo ascoltano ammirate. E' molto bella l'atmosfera. E' molto bello anche il finale in cui il padre era andato a caccia di cervo per avere carne fresca da mangiare, ma alla fine il cervo era così bello alla luce della luna, che non è riuscito a sparare; stessa cosa con l'orso e con la cerva. E le bambine sono contente che non abbia sparato (e anche io..)
Non gli do dieci perchè alcune parti sono talmente dettagliate che diventano un po' noiose. Ma in effetti ci sta col modo di raccontare che hanno i bambini.
Mio voto: 9 / 10

lunedì 17 febbraio 2020

Il rosso e il nero - Stendhal


Titolo originale: Le rouge et le noir (1830)
Titolo inglese: The red and the black

Julien Sorel, un giovane popolano della Franca Contea, sogna la gloria militare ma trova nella carriera ecclesiastica l'unica strada per elevarsi socialmente. Ed è così che viene assunto come precettore in casa del signor de Rênal, dove intreccia una relazione con la signora de Rênal... Spregiudicato, passionale, profondo ammiratore del mito napoleonico, Julien si trova a vivere e amare in un tempo che non è il suo, costretto a dissimulare costantemente la sua vera indole e le sue ambizioni. Ambientato nella Francia della Restaurazione, il capolavoro di Stendhal non solo è un grande romanzo di intreccio e una fine indagine psicologica, ma anche un affresco storico, politico e sociale di un'epoca di intensi mutamenti. (www.ibs.it)

Ci sono romanzi che sono figli del proprio tempo, e letti fuori da quel contesto risultano decisamente fuori luogo e fuori tempo. Così è per questo romanzo, che per quanto mi riguarda è stata una lettura piuttosto faticosa. Una noia notevole. Con pagine e pagine di intrighi e robe politiche che ad un certo punto ho letto un po' saltellando.
Il personaggio principale, Julien Sorel, è di un'antipatia notevole. Probabilmente è pure un po' bipolare, perchè una volta la pensa in un modo, poi dopo la pensa all'esatto contrario. Calcolatore, manipolatore, seguace di Napoleone fin nel midollo. Mi è impossibile affezionarmi ad un personaggio simile (ma non per Napoleone). Alla fine la parte che mi ha più interessato è la parte più romanzesca, intendendo tutto ciò che non ha richiami alla storia/politica. Ma anche qui, ha decisamente prevalso la noia e, in un certo senso, il disgusto per il personaggio di Julien, che s'innamora, poi vuole non perdere il controllo, però lei sembra allontanarsi, allora lui impazzisce d'amore... e tutto questo per ben due volte, per poi finire come finisce. Mi dispiace per le due donne, che hanno decisamente più carattere e tenacia rispetto a lui. Lui è troppo banderuola ("A dire il vero la sua felicità era fatta d'orgoglio più che d'amore"), troppo egocentrico, arrivista.
Sono arrivata alla fine della lettura perchè mi completa diverse reading challenges, ma sono rimasta molto infastidita e delusa, speravo in qualcosa di meglio. Ribadisco che, sicuramente è molto efficace nel descrivere il periodo storico pieno di personaggi più propensi a farsi strada che non a seguire le proprie vere aspirazioni, ma proprio è stata una lettura pesantissima.

"Tutta la noia della vita senza interesse che conduceva Julien è senza dubbio condivisa dal lettore. Sono queste le lande del nostro viaggio"

"Ho amato la verità... Ma dove si trova? ... Dovunque ipocrisia, o almeno impostura, anche nei più virtuosi, anche nei più grandi!"

"Ma come credere nel gran nome di DIO, non appena ci si trovi in tre, dopo l'abuso che ne fanno i nostri preti?"

Non ho idea del perchè del titolo; non credo che richiami al finale in cui parla dello stivale del cacciatore e delle formiche che prima di vedersi spazzare via la tana hanno visto una luce rossa. Immagino che il rosso possa richiamare la passione (il fuoco di qualcosa che brucia, che si consuma in fretta come le ambizioni di Julien), mentre il nero probabilmente richiama all'abito da seminarista (o forse alla religione intesa come "caposaldo" della strada da seguire?). Rosse pare che fossero anche le divise dei militari. Boh, poco importa.
Per la storia pare che Stendhal abbia preso spunto da un fatto di cronaca apparso sulla rivista "La Gazette des Tribunaux", l'affair Berthet del 1827, dove un giovane maniscalco uccise l'ex amante e moglie di un notaio. 
Mio voto: 6 e mezzo / 10

domenica 29 dicembre 2019

Reading Classic Books Challenge


Poichè quest'anno pare che non verrà fatta la "back to the classics" challenge, ho deciso di partecipare a questa sfida ospitata da Erica di "The broken spine".
L'obiettivo è quello di leggere libri classici, se si vuole completando le 12 categorie suggerite, ma non è indispensabile.
La sfida va dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020. Tutti i libri devono avere almeno 50 anni (non oltre il 1970).

The Challenge Prompts:
1) Read a classic over 500 pages
2) Read a classic by a POC and/or with a POC as the main character
3) Read a classic that takes place in a country other than where you live
4) Read a classic in translation
5) Read a classic by a new to you author
6) Read a book of poetry
7) Read a classic written between 1800-1860
8) Read a classic written by an LGBT author and/or with an LGBT main character
9) Read a classic written by a woman
10) Read a classic novella
11) Read a classic nonfiction
12) Read a classic that has been banned or censored

Non sono sicura di leggerli tutti, ma alcuni li ho già in "programma" e ci voglio provare. 

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Libri letti:

1) Read a classic over 500 pages --> Il rosso e il nero (Stendhal) 

2) Read a classic by a POC and/or with a POC as the main character --> Le cose crollano (Chianua Achebe)

3) Read a classic that takes place in a country other than where you live --> Gita al faro (Virginia Woolf)

4) Read a classic in translation --> Uno studio in rosso (Arthur Conan Doyle)

5) Read a classic by a new to you author --> La chiave (Jun'ichiro Tanizaki)

6) Read a book of poetry --> I fiori del male (Charles Baudelaire)

7) Read a classic written between 1800-1860 --> Orgoglio e pregiudizio (Jane Austen)

8) Read a classic written by an LGBT author and/or with an LGBT main character --> L'importanza di essere onesto (Oscar Wilde)

9) Read a classic written by a woman --> L'iguana (Anna Maria Ortese)
11) Read a classic nonfiction --> Il principe (Niccolò Machiavelli)

12) Read a classic that has been banned or censored --> Fahrenheit 451 (Ray Bradbury)

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SFIDA COMPLETATA IL 29/11/2020.